Casi, buone abitudini e miti da sfatare sulla malattia diverticolare del colon

Immaginate delle piccole tasche sporgenti (le estroflessioni) che si formano nella parete dell’intestino interessando prevalentemente il tratto del colon denominato sigma (la zona che precede il retto).

I diverticoli possono essere isolati o multipli.

Nella stragrande maggioranza dei casi (80%), la loro scoperta è del tutto casuale e di per sé non rappresentano una patologia, ma una alterazione anatomica.

È raro riscontrarli prima dei 40 anni, poiché solitamente si individuano dopo i 60 anni.

La causa dei diverticoli non è del tutto definita, ma è possibile che cattive abitudini alimentari inveterate, scarso apporto di fibre, con conseguente alterazione della motilità intestinale, possano essere all’origine di questa alterazione anatomica.

La semplice presenza di diverticoli, denominata diverticolosi del colon, deve essere ben distinta dalla malattia diverticolare, che rappresenta invece una possibile evoluzione patologica in circa il 20% dei casi.

La malattia diverticolare si manifesta attraverso sintomi generici, rappresentati da dolore e gonfiore addominale, solitamente localizzati nel lato sinistro dell’addome; e da alterazioni nell’andare di corpo, che possono essere del tutto simili ai sintomi riportati nell’intestino irritabile.

In una ridotta percentuale di pazienti si può arrivare ad una possibile infiammazione dei diverticoli, è questo il caso della diverticolite acuta, che può provocare febbre, dolore di notevole intensità al fianco sinistro e difficoltà nell’andare di corpo.

Una diverticolite acuta può richiedere un ricovero ospedaliero, soprattutto in presenza di complicanze, seppur rare, caratterizzate da raccolte ascessuali attorno ai diverticoli o perforazioni.

Un’altra complicanza della malattia diverticolare è rappresentata dalle emorragie intestinali, che possono manifestarsi anche in assenza di una infiammazione diverticolare.

Non è semplice diagnosticare la malattia diverticolare attraverso esami di laboratorio, se non in fase acuta di infiammazione.

Sono pertanto più importanti e decisivi per la diagnosi l’ecografia e la TAC dell’addome per dimostrare se la diverticolite è complicata o meno.

La colonscopia invece è controindicata nella diverticolite acuta, almeno nelle fasi iniziali di malattia, mentre è raccomandata, anche in ottica di una diagnosi differenziale, nel caso di una emorragia rettale. L’approccio terapeutico alla malattia diverticolare comprende infine diverse tipologie di intervento.

Nella fase di malattia diverticolare senza infiammazione è importante una dieta con adeguato apporto di fibre vegetali, come frutta e verdura. Mentre l’ingestione di cibi grassi dovrebbe essere limitata.

È consigliato inoltre un adeguato apporto di acqua, fino a un litro e mezzo al giorno.

Acqua Uliveto, ricca di magnesio, favorisce la buona funzionalità intestinale. Bevuta durante i pasti aiuta a digerire meglio.

Solitamente si tendeva a vietare al paziente il consumo di alimenti con semi, classicamente associati ai diverticoli del colon. Questa indicazione è stata recentemente ridimensionata, poiché non costituisce, secondo le attuali evidenze scientifiche, un reale pericolo di complicanze per i pazienti.

Qualora invece fosse dimostrata la presenza di una diverticolite acuta, inizialmente può essere previsto un breve digiuno o una dieta liquida, seguita poi da una parziale e progressiva reintroduzione dei cibi solidi.

In presenza di complicanze, il digiuno potrebbe essere più prolungato e la terapia inizialmente solo endovena.

Una terapia chirurgica trova indicazione in pochi casi selezionati e solo in presenza di complicanze serie, non risolvibili con terapia medica, o in caso di frequenti ricadute dello stato infiammatorio.

Non trova invece più indicazione la terapia periodica mensile con antibiotici non assorbibili, sia nella malattia diverticolare, tanto meno in caso di semplice diverticolosi, dal momento che non è stato dimostrato alcun vantaggio di questo approccio terapeutico.

Le malattie infiammatorie intestinali sono frequenti, sai come sorgono e come si curano?

Esistono diversi tipi di malattie infiammatorie intestinali, il morbo di Crohn e la colite ulcerosa sono le manifestazioni più comuni e di cui probabilmente avete sentito parlare.

In Italia sono tra le 150 e le 200.000 le persone che soffrono di questi disturbi. Ad esserne più colpita è la fascia di età compresa tra i 15 e i 45 anni, in una frequenza sostanzialmente sovrapponibile tra maschi e femmine.

La causa di origine di queste malattie è tutt’ora sconosciuta, ma è accertato il ruolo di una reazione autoimmune che causa l’infiammazione del piccolo e del grosso intestino.

Cosa significa “reazione autoimmune”?

Vuol dire che il sistema immunitario “impazzisce” e attacca le cellule dell’apparato digerente e più frequentemente dell’intestino. Conseguentemente all’accumulo di cellule immunitarie nelle pareti del tubo digerente, insorge una reazione infiammatoria cronica, che sconvolge la normale anatomia dell’apparato e ne disturba la funzione.

È stato riconosciuto un possibile ruolo di fattori genetici ed è nota la familiarità per queste malattie, ovvero possono verificarsi più casi nella stessa famiglia.

Quali sono i sintomi delle malattie infiammatorie intestinali?

I disturbi più comuni sono diarrea – con possibile presenza di muco e sangue nelle feci; vomito, dolori addominali, calo del peso e talvolta febbre.

I sintomi possono presentarsi cronicamente o con periodi di riacutizzazione alternati a periodi di apparente benessere. Questo malessere ha un forte impatto sulla qualità della vita dei pazienti, anche a causa di possibili complicanze come gli ascessi e fistole perianali, i restringimenti fibrotici di anse intestinali o le perforazioni intestinali.

Ovviamente è importante sottolineare che questi sintomi non sono esclusivi delle malattie infiammatorie intestinali, ma comuni anche in altri disturbi intestinali, come ad esempio la colite.

Per questo è bene affidarsi ad un medico per fare la diagnosi, attraverso l’utilizzo di alcuni esami di laboratorio, ematici e fecali. La malattia infiammatoria può essere sospettata da una ecografia delle anse intestinali, ma è confermata definitivamente dalla colonscopia con biopsie della mucosa intestinale e successiva definizione istologica. Una TAC o una risonanza magnetica sono talvolta utili per completare l’iter diagnostico.

Non potendo portare ad una guarigione definitiva, la terapia delle malattie infiammatorie croniche intestinali ha l’obiettivo di mandare in remissione la malattia, facendo regredire i sintomi.

Sono a disposizione di pazienti e specialisti farmaci anti-infiammatori locali o sistemici specifici per l’intestino, fino al cortisone e agli immunosoppressori. Anche un uso motivato di specifici antibiotici risulta spesso utile. Nei casi più difficili o quando un primo approccio terapeutico risultasse non abbastanza efficace, sono disponibili trattamenti speciali, attraverso l’utilizzo dei cosiddetti farmaci biologici, che possono essere decisivi nel migliorare il quadro infiammatorio.

Nei casi in cui la terapia medica non fosse sufficiente o efficace, in particolare nella malattia di Crohn, può essere necessario il ricorso ad un intervento chirurgico caratterizzato da resezioni parziali del piccolo intestino (Crohn del tenue), fino alla colectomia totale in forme severe di colite ulcerosa.

Non va dimenticato il ruolo rilevante dell’alimentazione in queste patologie.

Nelle fasi di riacutizzazione della malattia la dieta deve essere elementare con adeguato apporto di liquidi e con ridotto introito di grassi, zuccheri raffinati ed alcool.

D’altra parte un adeguato apporto calorico-proteico è fondamentale per prevenire le complicanze ed evitare una malnutrizione.

Sebbene nelle fasi più acute il digiuno possa essere inizialmente necessario, una ripresa, la più tempestiva possibile, di un’alimentazione regolare è necessaria per evitare alterazioni della motilità intestinale, una atrofia mucosale e una possibile sovra crescita batterica intestinale.

Nel momento della ripresa dell’alimentazione orale, va perciò garantito un apporto adeguato di acqua ed una dieta ipercalorica, inizialmente ipolipidica e con ridotto apporto di fibre, per poi arrivare gradualmente ad una dieta libera.

Uliveto è un’acqua bilanciata, le cui qualità possono assolvere alle esigenze nutrizionali di chi è afflitto da questo tipo di alterazione intestinale 

Difendersi dall’osteoporosi si può, con più calcio e sane abitudini

L’osteoporosi è il processo di deterioramento dell’apparato scheletrico, caratterizzato da bassa densità minerale e danneggiamento della micro-architettura del tessuto osseo. È particolarmente sentito dalle donne tra i 45/50 anni con l’approssimarsi della menopausa. Negli uomini il problema tende a manifestarsi più avanti nell’età, ma, per quanto prima sottovalutato, l’osteoporosi maschile è un fenomeno in crescita.

È possibile ritardare il sopraggiungere dell’osteoporosi e una volta sopraggiunto, impedirne l’avanzata. Vediamo come.

Un fondamentale aiuto per contrastare l’osteoporosi risiede nello stile di vita e in 4 buone abitudini da adottare per rinforzare lo scheletro:

  • svolgere attività fisica,
  • seguire una corretta alimentazione,
  • esporsi al sole (con la dovuta prudenza per non stressare la pelle)
  • scegliere un’acqua minerale ricca di un buon livello di calcio

Il calcio è il minerale che aiuta a costruire le ossa ed è il micronutriente più importante nella prevenzione e nel trattamento dell’osteoporosi. Per questo si raccomanda di seguire una dieta equilibrata, soprattutto nelle prime fasi della vita e nella crescita, quando si mettono le basi per il futuro della salute delle ossa. 

Uliveto, con i suoi circa 200 milligrammi per litro altamente assimilabili, aiuta a contribuire al raggiungimento della quota giornaliera di calcio raccomandata per fornire protezione alle ossa in ogni età.

Proprio per questo dunque Uliveto si colloca naturalmente al fianco della FIRMO (Fondazione Italiana Ricerca sulle Malattie dell’Osso) e di tutti i consumatori attenti alla salute delle ossa.

Allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica, le istituzioni ed il mondo scientifico sul tema dell’osteoporosi, è di particolare importanza il ruolo svolto dalla Giornata Mondiale dell’Osteoporosi (indetta dall’International Osteoporosis Foundation), che si è celebrato anche quest’anno il 20 ottobre in tutto il mondo, seppure in modalità inedite per via delle restrizioni vigenti.

L’osteoporosi è un’insidia silenziosa, di cui la gran parte della popolazione non è consapevole, basti pensare che solo una donna su due affetta da osteoporosi sa di esserlo. Stessa mancanza di consapevolezza riguarda un uomo su cinque.

Difendersi dall’osteoporosi si può: partendo da una corretta alimentazione e bevendo acque calciche come Uliveto, il cui contenuto di calcio si assorbe come quello del latte (Bacciottini L. e coll. Journal of Clinical Gastroenterology 2004) e che, in quanto acqua minerale, è priva di calorie.

Assumere calcio è un’assicurazione sul futuro

Uno stile di vita sano e una dieta equilibrata giocano un ruolo importante nel mantenimento della salute dell’osso, soprattutto per bambini e ragazzi. Gli effetti di una carenza di calcio nella dieta infatti non si manifestano nell’immediato, ma nel corso della vita, soprattutto nella terza età!

Le ossa non sono strutture statiche, bensì sono un tessuto vivo, metabolicamente attivo durante tutta la vita. Infatti il tessuto di cui le ossa sono composte viene costantemente rinnovato nel corso della vita, poco alla volta, secondo un ciclo ben preciso di distruzione e riformazione.

Il periodo della crescita però è il più importante, è quello in cui l’osso fa la maggior parte del lavoro, per formare e costruire lo scheletro. Dalla nascita fino al periodo dell’accrescimento, le ossa si allungano e ispessiscono fino a raggiungere quello che si chiama “picco di massa ossea”, cioè il loro punto di massima forza, dimensione, spessore e robustezza, che generalmente si raggiunge tra i 20 e 30 anni e che resta stabile per alcuni anni.

Da lì in poi la curva declina e le ossa iniziano piano piano a indebolirsi, prima in modo quasi insensibile, poi – soprattutto dopo la menopausa per le donne – più rapidamente. 

Ecco perché è indispensabile formare ossa robuste nell’età dell’accrescimento

Basti pensare che è stato dimostrato che raggiungere il massimo del proprio potenziale picco di massa ossea nell’età della crescita può ritardare anche di 12 anni l’insorgenza di osteoporosi in terza età. 

Durante l’accrescimento due fasce di età sono particolarmente importanti:

– dalla nascita fino ai 2 anni di vita

– il periodo della pubertà (fra i 13 e 17 anni nei maschi e fra gli 11 e 14 anni nelle ragazze, con un aumento della massa ossea maggiore nei primi, rispetto alle seconde).

È interessante sapere che nelle ragazze il tessuto osseo che viene accumulato nel periodo fra gli 11 e i 13 anni è circa uguale alla quantità di osso che verrà perso negli anni della vecchiaia.

Proprio come tutti gli altri tessuti dell’organismo, anche il tessuto osseo ha bisogno, per formarsi e mantenersi in buona salute, di una dieta bilanciata, che apporti la giusta dose di energia, dei principali macronutrienti (proteine, grassi e carboidrati), ma anche di micronutrienti, come vitamine e minerali.

E proprio per acquisire i giusti minerali, è consigliato anche ai bambini e ragazzi in fase di sviluppo bere acqua Uliveto, per il suo contenuto di calcio altamente assimilabile

Due litri di Acqua Uliveto infatti contengono circa 400 mg di calcio, vale a dire il 50% del valore nutritivo di riferimento, pari a 800 mg al giorno. 

Una sana alimentazione ricca di proteine, calcio, vitamina D è importante a tutte le età, ma nei bambini e nei ragazzi è indispensabile per raggiungere il picco di massa ossea ottimale, che potrà assicurare non solo un presente sano, ma anche una terza età in salute e autonomia, al riparo dai rischi dell’osteoporosi. 

Scopriamo l’alimentazione indicata per chi soffre di disturbi della funzione colecistica

La calcolosi delle vie biliari è una delle patologie più diffuse nel mondo occidentale (solitamente più frequente nel sesso femminile). Si tratta di una frequente complicanza della litiasi (presenza di calcoli nella colecisti e/o nelle vie biliari).

Spostandosi dalla loro sede di origine, i calcoli possono andare ad ostruire il normale deflusso della bile. Infatti i calcoli possono incunearsi nel dotto cistico ed ostruirlo, impedendo la contrazione della cistifellea e/o lo svuotamento della bile.

Viene compresa nella definizione di colelitiasi anche una condizione caratterizzata da iperdensità della bile (la cosiddetta “bile densa”) che può dare manifestazioni sintomatologiche simili a quelle della presenza di calcoli. Generalmente il sintomo caratterizzante è il dolore, che identifica la cosiddetta  colica biliare. I dolori sono talmente intensi, da essere paragonati a quelli provati dalle donne durante il travaglio.

La presenza di calcoli  coesiste con un’alterazione della funzione digestiva il cui sintomo più frequente è la sensazione di pesantezza dopo i pasti.

Vediamo quali sono i fattori di rischio della calcolosi colecistica:

  • familiarità
  • obesità
  • ripetute gravidanze
  • fumo.
  • assunzione di contraccettivi orali
  • malattie dismetaboliche
  • rapido calo ponderale
  • diabete mellito
  • ipertrigliceridemia
  • iperlipoproteinemia di tipo IV

Una dieta eccessivamete calorica, ricca di zuccheri raffinati, di grassi – soprattutto quelli saturi – è stata direttamente associata alla formazione di calcoli. Anche la ridotta introduzione di fibre sembra essere un fattore di rischio per lo sviluppo della colelitiasi.

fattori protettivi sembrano essere una bassa introduzione di carboidrati, proteine, un’alta introduzione di fibre ed un moderato uso di alcol.

Quando si manifesta la colica biliare, nella gran parte dei casi, l’indicazione terapeutica è l’eliminazione dei calcoli dalla via biliare, quando possibile, con tecnica endoscopica, oppure con la chirurgica tradizionale o laparoscopica (colecistectomia).

In caso di manifestazioni sintomatologiche non dolorose, come la difficoltà digestiva, la terapia della calcolosi biliare o della disfunzione colecistica può essere di tipo medico, efficientemente coadiuvata da una dieta corretta.

Vengono suggerite ai pazienti alcune abitudini a cui attenersi, a cominciare dal fare tre pasti quotidiani evitando  spuntini e merende. È indicata la scelta dell’olio di oliva, assumere un adeguato apporto di proteine, che stimolano l’attività del fegato e la  contrazione  della  cistifellea,  mentre i grassi  non  vanno aboliti, ma bilanciati.

È da tenere sotto controllo  il tasso di colesterolo,  evitando ogni  possibile suo aumento e seguire un’alimentazione ricca di fibre e povera in alimenti raffinati.

Ma vediamo nel dettaglio quali sono gli alimenti permessi e quelli vietati!

ALIMENTI PERMESSI:

  • acqua bicarbonato-calcica (come Acqua Uliveto);
  • The leggero, caffè d’orzo e decaffeinato;
  • yogurt, latte scremato;
  • pane integrale, pane di frumento, fette biscottate, grissini magri, fiocchi d’avena o di mais;
  • pasta alimentare, pastina glutinata;
  • minestre di pasta, di riso, di verdure e di semolino;
  • legumi in porzioni piccole;
  • brodo di  carne magra;
  • prosciutto crudo magro in porzioni piccole, bresaola;
  • carni magre lesse, carni arrosto o ai ferri di vitello, manzo, pollo;
  • pesci magri lessati o ai ferri;
  • verdure crude, verdure lessate e condite con olio e limone (carote, fagiolini, spinaci, zucchine);  patate  al  forno,  carote, cipolle, carciofi;
  • porzioni piccole di formaggi freschi a pasta molle (robiola, crescenza, mozzarella, ricotta con media percentuale di grasso);
  • frutta fresca oppure cotta o sciroppata (ad eccezione quella segnalata come controindicata);
  • gelatina di frutta, dolci senza grassi, miele, marmellata, zucchero;
  • olio a crudo.

ALIMENTI VIETATI:

  • Caffè e the forti,  alcolici, cacao, cioccolata, marmellata d’arance;
  • antipasti piccanti, grassi, salati. Salse e spezie;
  • brodo di carne grassa;
  • carni grasse, gelatinose, conservate e insaccate, maiale, vitello, agnello, coniglio, oca,  agnello,  capretto,  maiale,  cacciagione, frattaglie, carne in umido, lumache;
  • pesci grassi, anguille, salmone, caviale, crostacei, cefalo, sgombro,  aringa e pesci sottolio, crostacei e molluschi;
  • salumi e carni insaccate;
  • tartufi, funghi, legumi crudi, piselli, ravanelli, ortaggi sott’olio;
  • oli fritti, burro cotto, maionese, sughi, aceto;
  • panna, formaggi piccanti, tutti i formaggi grassi e fermentati, tomini, robiole ad alto tenore di grasso (> 30%);
  • uova;
  • mango, avocado e frutta secca;
  • dolci elaborati con creme e panna, gelati;
  • aperitivi e amari, liquori,  birre, vino, bevande fredde;
  • lardo, strutto, margarine.

Ovviamente, qualora si sia affetti da disturbi della funzione colecistica è importante seguire le prescrizioni del proprio medico curante. Prestare attenzione a quello che si sceglie di mangiare e bere è una sana abitudine per tutti, perché il corpo risponde a quello che facciamo per lui.

Con Uliveto, Acqua della Salute, digerisci meglio e vivi in forma.

Aiuta il fegato a lavorare bene!

Il fegato è la ghiandola più grande del nostro organismo ed ha il compito fondamentale di smistare e sintetizzare i grassi. Per questo ci serve che sia funzionale e lavori bene!

In particolari condizioni di sovraccarico, questo processo metabolico può andare in crisi favorendo l’accumulo di trigliceridi. Si parla di fegato grasso (in medicina detto “steatosi epatica”) quando l’accumulo di grasso nelle cellule del fegato supera il 5% del suo peso complessivo.

La steatosi epatica è una condizione strettamente correlata con l’obesità, il diabete, il consumo di alcool, l’abitudine ad una dieta squilibrata ed eccessivamente ricca di grassi e le malattie metaboliche. Anche alcuni farmaci, squilibri ormonali, digiuni prolungati ed un’eccessiva esposizione a sostanze tossiche possono favorire l’accumulo di trigliceridi nel fegato.

Questo è un disturbo figlio del “benessere” ed è costantemente in aumento, al punto che si ritiene

sia presente nel 20% circa della popolazione italiana.

Il 70%-90% nelle persone obese risente di questa condizione; generlamente i casi più frequenti si segnalano negli adulti fra i 50 e 60 anni, seppure siano sempre più numerosi i casi fra i bambini.

Questo disturbo ha un decorso silente, ovvero non dà sintomi fino a quando il fegato non è già molto coinvolto. Il che comporta un alto rischio che evolva da un semplice accumulo di grasso ad infiammazione delle cellule epatiche: ovvero ad una vera e propria malattia.

Per evitarlo si rende necessaria una visita gastroenterologica, in modo da inquadrare la situazione clinica.

Poiché il fegato grasso è spesso associato a problemi di sovrappeso, il trattamento iniziale (e spesso anche l’unico necessario) è rappresentanto da modifiche allo stile di vita.

La dieta è infatti un fattore determinante, proprio in considerazione del fatto che abitudini alimentari scorrette portano allo sviluppo di questo problema.

Si rende dunque obbligatorio disintossicare il fegato riducendo il consumo di carboidrati, aumentando l’assunzione di frutta e verdura, sostituendo carni rosse con pesce e legumi (purché il pesce non contenga metalli pesanti), sospendendo l’assunzione di alcolici e facendo attività aerobica almeno due volte alla settimana. Già adottare questi semplici accorgimenti aiuta a normalizzare gli enzimi epatici nel 90% dei casi.

Bere almeno 1,5 lt. di acqua al giorno costituisce il presupposto fondamentale, non solo per il buon funzionamento dei nostri organi, ma anche per favorire l’azione degli enzimi digestivi aiutandoci a perdere peso. Uliveto grazie alla sua composizione unica di preziosi minerali, quali biacarbonati, calcio, magnesio e solfati influenza positivamente i processi metabolici del nostro organismo favorendo anche una buona funzione epatica.

A tavola d’estate: mangiare bene per stare meglio

La tavola estiva è particolarmente gustosa, fresca, colorata.

Frutta e verdura allietano e insaporiscono i nostri piatti fornendoci una riserva di nutrienti essenziali per la salute.

D’estate infatti, complice la voglia di stare all’aria aperta, le alte temperature, l’abbondanza di frutta e verdura fresca, si è meno propensi a preparare e consumare intingoli e salse complicate, a tutto vantaggio della nostra salute. Gli alimenti freschi infatti conservano intatti i loro principi e ci consentono un’alimentazione più sana e più saporita.

Cosa non deve mai mancare sulla tavola estiva e come mangiare in estate?

Prima di tutto evitiamo pasti troppo pesanti o elaborati, prediligiamo piatti più leggeri e facilmente digeribili, allo stesso tempo, evitiamo assolutamente di saltare i pasti!

In estate più che mai è meglio mangiare meno, ma frequentemente, per non sovraccaricare l’organismo con digestioni faticose.

Facciamo soprattutto attenzione che i bambini non saltino la colazione: dormire un po’ di più o la fretta di uscire a divertirsi possono spingere i più piccoli a fare a meno di questo importante momento. La prima colazione è invece importante e bisogna anche fare attenzione ad assicurare agli organismi in crescita la corretta dose di calcio.

Ricordiamo che l’alimentazione è corretta quando è equilibrata e per aiutarci a mantenerla tale possiamo scegliere ogni giorno frutta e verdura di colori diversi. I colori infatti indicano la presenza di differenti principi nutritivi, tutti ugualmente importanti per assicurare la salute all’organismo.

Non dimentichiamo poi il calcio, che si trova in latte e latticini e presente anche nel gelato, che è un ottimo alimento, non solo come dessert, particolarmente adatto per bambini e anziani, che in questo periodo tendono ad essere disappetenti. Un gelato artigianale alla frutta e un bicchiere d’acqua sono un’ottima merenda per i più piccoli, rinfrescante ed equilibrata, ma può anche costituire un pasto leggero per i più anziani.

Tra gli alimenti estivi bisogna ricordare poi di non eccedere con le bevande gasate e zuccherate: soprattutto in estate si tende a berne un po’ di più, ma sarebbe meglio evitarle e propendere per l’acqua, soprattutto minerale.

L’acqua infatti è fondamentale per l’equilibrio dell’organismo, soprattutto in estate e non deve mai mancare né sulla tavola, né in qualunque altro momento della giornata.

L’acqua, soprattutto se minerale, aiuta a reintegrare i sali persi con la sudorazione, che come sappiamo è più abbondante in estate. In particolar modo l’acqua calcica (come Uliveto) va considerata un vero e proprio alimento, capace di aiutare a integrare la dose di calcio quotidiana necessaria a mantenere la salute di ossa e muscoli.

La vitamina D: un essenziale dono del sole

Siamo in piena estate, il sole è entrato nelle nostre giornate portando con sé non solo il piacere di trascorrere il tempo libero all’aperto, ma anche un dono invisibile essenziale al nostro benessere. Stiamo parlando della vitamina D, elemento indispensabile per mantenere il corpo in salute, in particolare il tessuto osseo.

Circa il 20% della vitamina D presente nell’organismo è introdotta con l’alimentazione, mentre quasi l’80% viene prodotta nella pelle esposta ai raggi solari. Di solito un’esposizione giornaliera al sole di volto e braccia per circa 10-15 minuti durante i mesi estivi è sufficiente per assicurare una sufficiente produzione di vitamina D.

Tuttavia, alle nostre latitudini, soprattutto nel periodo autunno-inverno-primavera, gran parte della popolazione presenta valori insufficienti di vitamina D a causa della scarsa esposizione ai raggi solari.

Questo problema riguarda soprattutto la popolazione anziana, perché spesso è meno soggetta ad uscire e perché la pelle con il tempo riduce la capacità di formare vitamina D.

Oltretutto, in questa primavera 2020, la situazione si è aggravata per via della forzata segregazione in casa causata dal virus Covid-19, che ci ha impedito di godere di tante giornate di bel tempo.

È dunque arrivato il momento di recuperare, uscendo e sottoponendoci al bacio del sole!

Pensate che la vitamina D, una volta attivata nell’organismo, è indispensabile per aumentare del 30-80% l’assorbimento intestinale del calcio, il quale, in seguito, diventa disponibile per i processi fisiologici ai quali occorre e per la mineralizzazione dello scheletro.

Valori costantemente bassi di vitamina D portano quindi a una compromissione della mineralizzazione dello scheletro e a una condizione detta osteomalacia, che contribuisce alla fragilità ossea.

La vitamina D attiva è anche fondamentale per il mantenimento di una buona funzionalità muscolare. Valori molto bassi di vitamina D sono associati a una compromissione muscolare, che predispone a cadute più frequenti e, di conseguenza, maggiori probabilità di fratturarsi.

Ecco quindi perché c’è bisogno di assumere calcio a sufficienza e di produrre la necessaria vitamina D in tutte le fasi della nostra vita, ed in particolare per:

  • costruire lo scheletro nella fase della crescita
  • rafforzare lo scheletro nell’età adulta
  • prevenire fratture o rifratture nella terza età.

Un pic nic all’aria aperta, consumando una dieta ricca di nutrienti e bevendo un’acqua calcica come Uliveto è un buon modo per fare del bene al nostro organismo.

Diverticoli? Un malessere diffuso da curare con sane abitudini alimentari

Cos’è la diverticolite e chi ne soffre? Si tratta di una patologia che colpisce prevalentemente chi ha una dieta squilibrata, ovvero troppo carica di grassi e zuccheri e povera di acqua e fibre. Tuttavia si ipotizza che siano in causa anche fattori genetici.

I diverticoli del colon sono piccole estroflessioni (piccoli sacchi della mucosa – e della sottomucosa della parete intestinale) che più comunemente si formano proprio nel colon.

Per “diverticolosi” si intende la condizione anatomica caratterizzata da un numero elevato di diverticoli, può essere congenita o acqusita e solo quando  i diverticoli si infiammano la malattia si manifesta. La “malattia diverticolare” è infatti l’insieme delle manifestazioni cliniche e degli aspetti fisiopatologici connessi alla presenza di diverticoli.

Nella maggioranza dei casi, quando non si infiammano, i diverticoli sono asintomatici, cioè senza manifestazione di dolore mentre, nei rari casi in cui si manifestano, i sintomi sono: dolori nel fianco sinistro, flatulenze ed alterazioni dell’alvo con alternanza di stitichezza e diarrea, muco e sangue nelle feci.

Qual è l’incidenza sulla popolazione?

Ad accusare i diverticoli sono soprattutto gli anziani, infatti ne soffre il 70/80% delle persone con un’età compresa fra i 70 e gli 80 anni. Ne soffre invece quasi il 40% della popoazione fra i 40 e 55 anni. Per quanto sia bassa l’incidenza sui trentenni, la cifra è destinata a salire proprio a causa di un peggioramento delle abitudini alimentari e dello stile di vita.

In genere solo il 20% delle persone che hanno i diverticoli manifesta sintomi e solo il 10-15% sviluppa la malattia diverticolare o diverticolite (complicanza infiammatoria). Ma non fatevi ingannare dalle percentuali, perché parliamo comunque di milioni di persone. La diverticolite del colon è quindi una patoliga ad altissimo impatto sociale.

La terapia è essenzialmente dietetica e si basa sull’uso di una dieta ricca di fibre ed acqua.

Nei casi di diverticolite, poiché il processo infiammatorio tende a diffondersi verso le pareti esterne del colon con rischio di ascessi e/o perforazioni, bisogna ricorrere ad una terapia antibiotica per via generale. Solo lo 0,5% dei casi richiede un intervento chirurgico.

Ma quale dieta dovrebbero assumere i pazienti con diverticoli?

È certamente consigliabile una dieta ricca di fibre.

Con il termine di fibra alimentare si indica quella parte dei vegetali che il nostro organismo non è in grado di assimilare poiché l’apparato digerente manca di un enzima appropriato.

Le fibre si possono suddividere in due grandi famiglie, a seconda del loro comportamento nei confronti dell’acqua: solubili e non solubili.

Le fibre solubili sono fermentabili, riducono lo svuotamento gastrico ed in particolari condizioni aumentano il tempo di transito intestinale, mentre le fibre insolubili, tra cui distinguiamo la crusca, aumentano lo svuotamento gastrico e riducono il transito intestinale.

La dose indicata di fibre insolubili, come la crusca, da assumere quotidianamente, dovrebbe essere compresa tra i 10 e i 25 g al giorno e va associata ad un aumentato introito di acqua.

Quindi gli obbiettivi principali da perseguire sono:

  • consumare regolarmente i pasti senza saltarli mai;
  • evitare la vita sedentaria. Se possibile, effettuare costantemente attività fisica;
  • bere fino a 2-2.5lt al giorno di acqua, lontano dai pasti. Tra le acque è preferibile consumare quelle di tipo bicarbonato-calciche (come anche Uliveto), lontano dai pasti;
  • fare una vera prima colazione, varia, ricca di prodotti integrali;
  • utilizzare prodotti ricchi di fibre. Ad esempio: agrumi, fichi d’india, frutti di bosco, kiwi, mele, nespole, pere, prugne, asparagi, broccoli, carote, carciofi, cavoli, legumi, melanzane, radicchio rosso;
  • aumentare il più possibile la quantità di frutta e verdura assunta ad ogni pasto;
  • modificare gradualmente l’alimentazione, soprattutto per quanto attiene alla quota di fibre;
  • diminuire i grassi animali e la carne rossa.

E  gli alimenti permessi?

  • Pane integrale, di segale, fette biscottate e biscotti integrali, pasta alimentare, fiocchi d’avena, riso integrale;
    • latte, caffè decaffeinato e the deteinato, caffè d’orzo;
    • carni e pesci magri, ben cotti;
    • prosciutto cotto e crudo magri in porzioni piccole;
    • uova sode, alla coque e in camicia;
    • formaggi freschi e stagionati in piccole porzioni;
    • frutta ben matura;
    • ortaggi e verdure possibilmente cotte, ricche di fibre solubili, legumi passati e decorticati;
    • olio a crudo.

Infine, segnaliamo gli alimenti da evitare accuratamente:

  • Caffè e the concentrati e zuccherati;
  • carni e pesci grassi;
  • uova fritte;
  • formaggi fermentati, stagionati e piccanti;
  • frutta secca e acerba, mango e avocado;
  • ortaggi e frutta crude, legumi secchi;
  • fritture, stufati, spezie, salse piccanti;
  • alcol, bibite e soft drink.

Per concludere, ecco il consiglio da portare a casa:

Anche nel caso di un’ingerenza della malattia diverticolare la soluzione è quella di seguire sane abitudini alimentari e adottare uno stile di vita funzionale al benessere del nostro organismo!

Cos’è la sindrome del colon irritabile e quale dieta dovrebbe seguire chi ne soffre?

La sindrome del colon irritabile (anche detta colite spastica) è un disordine funzionale del tratto dell’intestino chiamato “colon”. È un disturbo che colpisce circa il 15%-20% della popolazione occidentale e principalmente il sesso femminile, che ne soffre il doppio rispetto agli uomini. In particolare ne sono  affette per lo più le persone di età compresa fra i 20 e 30 anni.  

Diversi fattori possono provocare questa sindrome e talvolta risalgono ad impulsi provenienti dal sistema nervoso centrale. Il che significa che anche lo stress può determinare l’inizio o l’intensità dei sintomi!

I sintomi principali del colon irritabile sono:

  • dolore addominale;
  • stipsi;
  • diarrea;
  • gonfiore addominale;
  • meteorismo.

Il dolore può variare di intensità, fino a diventare severo con conseguenze negative sulla salute dei pazienti e sulla loro capacità lavorativa.

A volte i pazienti attribuiscono a specifici alimenti la loro sintomatologia, ma in genere questo non è vero, piuttosto si tratta di un effetto generalizzato del cibo sull’alterata reattività intestinale.

Nonostante ciò esistono alcuni alimenti che possono aggravare i sintomi, parliamo di legumi, alcol, caffeina ed in particolare il lattosio. Più avanti vedremo una lista dettagliata dei cibi vietati e di quelli invece consigliati.

La dieta nel trattamento della sindrome del colon irritabile è dunque fondamentale, perché attraverso una minuziosa analisi del sintomo cronico si può preparare un piano dietetico che abbia diversi obiettivi, quali ridurre il dolore, normalizzare l’attività intestinale e ripristinare la funzione compromessa.

I comportamenti che gli esperti suggeriscono di assumere sono:

  • eliminare le fonti di stress o migliorarne l’accettazione;
  • praticare una regolare attività fisica giornaliera;
  • distribuire i pasti nella giornata ad intervalli regolari. Ricordiamo che i pasti devono essere 5, le pietanze semplici, poco elaborate ed i cibi ben cotti;
  • consumare i pasti a tavola senza fretta;
  • seguire un’alimentazione equilibrata, tipicamente mediterranea, ricca di frutta, verdura e cereali. Le fibre, come la crusca, l’avena, vanno aumentate gradualmente, sono utili sia nella stipsi, che nella diarrea. È necessario sottolineare che la crusca deve essere assunta con adeguate quantità di acqua perché in caso contrario si otterrebbe un effetto ritardante il transito intestinale;
  • la frutta va consumata lontano dai pasti meglio se cotta. La verdura, se non tollerata (particolarmente nella forma diarroica),  può essere consumata cotta per un periodo iniziale;
  • bere – particolarmente nella forma stiptica – almeno 1,5 litri di acqua al giorno possibilmente Bicarbonato-Calcica (come Acqua Uliveto) e soprattutto negli intervalli tra un pasto e l’altro;
  • identificare ed eliminare i cibi che potrebbero causare i sintomi, come i legumi che possono provocare gonfiore addominale e la caffeina che può dare diarrea;
  • in caso di diarrea non consumare prodotti preparati con dolcificanti artificiali, che hanno effetti lassativi;
  • moderare il consumo di latte e dei latticini freschi (è invece sempre consentito il consumo di parmigiano, emmenthal e pecorino stagionati).

Qualora prevalgano sintomi di meteorismo, oltre a quanto già indicato, è consigliabile non coricarsi subito dopo il pasto; abolire il fumo; evitare sostanze stimolanti la salivazione (chewing-gum, caramelle); evitare gli stress, che sono causa di deglutizioni ripetute; non distrarsi durante il pasto (lettura, conversazione); non bere continuamente durante i pasti privilegiando gli intervalli tra un pasto e l’altro; non assumere bevande gassate; evitare pasti abbondanti.

Quali sono gli alimenti da cui stare alla larga se si soffre di sindrome da intestino irritabile?

Carni: eliminate quelle salate, molto grasse e affumicate; la trippa, il prosciutto crudo, le lumache e tutta la selvaggina;
Pesce: fate a meno di salmone affumicato, acciughe, sardine, pesce fritto, e molluschi;
Latticini: niente gorgonzola, mascarpone, taleggio, pecorino e tutti i formaggi stagionati;
Verdure: radicchio, indivia, sedano, funghi, peperoni, fave, melanzane, prezzemolo, porri, aglio e sottaceti, carciofi, asparagi, zucca, cipolla sempre ben cotta e barbabietola;
Frutta: kiwi, melone, ciliegie, ribes, mirtilli, fichi e prugne. No a quantità eccessive di banane, albicocche, uva, ananas, mango, arance, mandarini, pompelmo e anguria;
Carboidrati: pane bianco, pane integrale, pane alla crusca, la mollica del pane fresco, pane ai cereali, riso integrale, brioche, merendine confezionate, biscotti, patate fritte; Attenzione a non esagerare con biscotti secchi e pasta alimentare;
Dolci: mettiamo via frittelle, chiacchiere, pasta sfoglia, pasticceria a base di crema e cacao, panna montata e gelato.

Vediamo adesso quali sono invece gli alimenti permessi!

Carni: via libera a pollo, coniglio, vitello, manzo, agnello e suino ben sgrassato;
Pesce: sogliola, orata, branzino, platessa, nasello. Tutti i pesci è bene che siano ai ferri o lessati;
Latticini: yogurt al bifido, ricotta, crescenza, parmigiano;
Verdure: lattuga, carote, rape, cavoli, zucca, zucchine, pomodori maturi e sbucciati, fagiolini. Sempre meglio consumare gli ortaggi cotti;
Frutta: mele, pere, pesche, frutta sciroppata, mousse di frutta, gelatina di frutta oppure cotta;
Carboidrati: riso, semolino, fiocchi di mais, patate cotte al forno o al vapore, grissini e cracker senza grassi, fette biscottate e pane biscottato.