Perché il fabbisogno di calcio aumenta in gravidanza?

Uno dei momenti più delicati nella vita di una donna è la gravidanza: il formarsi di una nuova vita rappresenta un evento speciale, tale da coinvolgere profondamente, oltre alla sfera psicologica e affettiva, soprattutto quella fisica.

In questo periodo l’equilibrio del corpo della donna subisce enormi mutamenti.

La necessità di creare un nuovo organismo fa sì che tutto il corpo femminile sia coinvolto in questa miracolosa attività.

Uno degli elementi di cui si ha maggiore fabbisogno è il calcio, che deve andare a costituire le ossa del nuovo organismo, al fine diavere uno sviluppo scheletrico intrauterino ottimale.

Questo si verifica particolarmente nel corso dell’ultima fase della gravidanza, poiché l’acquisizione dell’80% del calcio presente nel neonato avviene durante il terzo trimestre.

L’aumento del fabbisogno di calcio si ripete al momento dell’allattamento, quando il corpo della madre è chiamato a fornire al neonato l’alimento che gli consente di svilupparsi con grande rapidità.

Proprio per soddisfare tale aumentata necessità, in questo periodo la capacità dell’intestino di assorbire il calcio raddoppia.

Cosa succede in caso di scarsa assunzione di calcio?

Accade che l’organismo si adopera in un altro modo per procurarselo, ossia sottraendolo dalla principale riserva a sua disposizione: lo scheletro.

Per impedire che il calcio venga sottratto alle ossa, rischiando di renderle troppo fragili, è importante che la madre assuma sufficienti quantità di calcio attraverso l’alimentazione.

Il calcio si assume principalmente dal cibo:

latte e prodotti lattierocaseari, tofu, pesce, verdure verdi, frutta secca, legumi, spremute d’arancia.

Sapevi che anche l’acqua calcica è un cibo amico delle ossa?

Un’acqua si definisce calcica quando contiene più di 150 mg di ione calcio per ogni litro.

Il calcio contenuto nell’acqua è immediatamente biodisponibile ed è quindi subito utilizzabile da parte dell’organismo.

Bere acqua calcica è di grande aiuto per le madri in attesa e per i neonati, in quanto in entrambi i casi l’organismo ha necessità di grandi quantità di calcio.

Un’acqua calcica, come Uliveto, può contribuire in modo significativo al raggiungimento della quantità quotidiana raccomandata (Ministero della Salute, tramite il decreto n. 4311 del 15-7-2019) e quindi alla salute di entrambi.

Il ruolo dell’ansia nella cattiva digestione

Capita spesso che persone che soffrono di ansia o che sono particolarmente stressate soffrano di disturbi gastrointestinali. Addirittura, ansia e stress possono causare alcune patologie, come la gastrite e la sindrome del colon irritabile.

Questo accade perché c’è una forte relazione fra stato emotivo e apparato digerente, il quale risente inevitabilmente dello stile di vita e dello stato psichico.

Ansia, stress, collera, preoccupazione … in queste condizioni lo stomaco accumula tensione, influenzando senza alcun dubbio i processi digestivi.

In situazione di forte stress si tendono ad avere due opposte reazioni, ed entrambe in qualche modo hanno delle conseguenze sul benessere intestinale. Una reazione può portare a ridurre o rifiutare il cibo; al contrario, nella reazione opposta, la persona ansiosa può andare in cerca di comfort food, che essendo ricco di carboidrati e grassi (che producono serotonina) genera un effetto calmante.

Ma che cos’è l’ansia?

Quella fisiologica è una reazione naturale dell’organismo che attua quando sente di dover affrontare una situazione percepita di minaccia o pericolo. In questo caso il corpo attiva le risorse necessarie per l’attacco o la fuga, il che si traduce in aumento della frequenza cardiaca e respiratoria, tensione muscolare, sudorazione, rallentamento della digestione.

Tuttavia, quando la percezione del pericolo è smisurata o immotivata, e l’ansia impatta sulla qualità di vita dell’individuo, lo stato di allerta naturale diventa patologico, causando diversi sintomi.

Sintomi psicologici (inquietudine, nervosismo, difficoltà di concentrazione, apprensione, insicurezza, ecc.).

Sintomi neurovegetativi (sudorazione, tachicardia, sensazioni di nodo alla gola e di soffocamento, vertigini, tremori, disturbi gastroenterici, alterazioni nel ritmo sonno-veglia).

Ma l’ansia non è un problema che tocca esclusivamente chi ne soffre in modo patologico. Gran parte degli italiani soffre di disturbi legati allo stress e i problemi di stomaco (cattiva digestione, nausea, bruciore di stomaco soprattutto) ne sono diretta conseguenza.

Lo stress può inoltre essere causa di stanchezza, irritabilità, mal di testa, insonnia e tensioni muscolari.

Anche uno stile di vita scorretto, fatto di pranzi veloci e mancanza di orari fissi in cui consumare i pasti, può essere causa di problemi digestivi. Un’alimentazione sbilanciata, povera di nutrienti e ricca di grassi e zuccheri, tende a peggiorare la situazione. Non va poi dimenticato che la scarsa idratazione ha conseguenze negative sia sugli organi che sulla corretta funzionalità digestiva.

Migliorare il proprio stile di vita è dunque il primo passo per ritrovare il benessere.

Mangiare in modo sano (e senza fretta), dedicarsi all’attività fisica e ai piaceri del tempo libero sono tutti comportamenti che aiutano a rilassare la psiche e migliorare i processi digestivi.

Acqua Uliveto è da sempre scelta per il consumo a tavola per le sue qualità, che favoriscono un’azione normalizzatrice della secrezione gastrica e di protezione delle pareti dello stomaco.

Il suo peculiare contenuto di preziosi minerali (in particolare ioni alcalini, bicarbonato e calcio) e la sua naturale microeffervescenza, inoltre, sono particolarmente efficaci nel facilitare il processo della digestione.

Pancreatite: abitudini alimentari consigliate a chi ne soffre o ne ha sofferto

Prima di affrontare il tema della pancreatite, potrebbe essere utile per il lettore comprendere meglio cos’è il pancreas e quali sono le sue funzioni.

Si tratta di una ghiandola, lunga e piatta, posta nella parte superiore e posteriore della cavità addominale. Questa ghiandola è molto importante per gli equilibri digestivi e glicemici dell’organismo ed ha una duplice funzione:

  • endocrina: per secernere nel circolo sanguigno gli ormoni che sintetizza, insulina e glucagone.
  • esocrina: per produrre gli enzimi digestivi da immettere nel tubo digerente

Ed ora parliamo di pancreatite.

Si tratta di una malattia non molto frequente, ma in lento e costante aumento.

È caratterizzata da lesioni infiammatorie croniche che portano alla distruzione del parenchima esocrino (il tessuto ghiandolare che secerne gli enzimi), progressivamente sostituito da tessuto fibroso e, nello stadio tardivo della malattia, alla distruzione del tessuto endocrino.

Compare essenzialmente in due forme: acuta e cronica.

La fase acuta è responsabile di crisi dolorose e violente nella parte superiore dell’addome, con irradiazioni sulla schiena. Il dolore è spesso seguito da nausea e vomito biliare (di colore verde – scuro). Col passare degli anni le fasi acute tendono a scomparire.

Nel caso della pancreatite cronica i sintomi sono meno intensi, tanto che a volte l’infiammazione decorre senza produrre sintomi rilevanti. Il paziente lamenta tuttavia dolore all’altezza del pancreas, con perdita di peso, inappetenza e difficoltà digestive. Le complicanze più comuni possono portare al diabete, malnutrizione e rischio di tumore pancreatico.

Quali alimenti sono permessi ad un paziente con pancreatite?

  • Latte scremato, tè, camomilla, succhi di frutta, acque minerali;
  • oli vegetali (oliva, semi), margarina, burro crudo;
  • pasta, riso;
  • carni   magre bianche, preferibilmente lessate (vitello, pollo, coniglio, bue, piccione);
  • trota, sogliola, nasello, palombo;
  • purè di patate, verdure cotte e passate, pomodori sbucciati, insalate verdi molto tenere;
  • mele grattugiate o cotte, banane, arance fragole, mirtilli, frutta cotta dolcificata, preferibilmente con glucosio.

Quali alimenti NON sono permessi ad un paziente con pancreatite?

  • Grassi cotti, grassi animali, spezie;
  • carni rosse, carni grasse (maiale, oca, anatra ecc.) selvaggina, salumi;
  • uova crude o sode;
  • legumi (piselli, fagioli, lenticchie);
  • assolutamente vietati gli alcolici, da evitare le bevande ghiacciate o bollenti.

Nella scelta dell’acqua da bere è importante orientarsi su un’acqua minerale bicarbonato alcalino calcica in modo da mantenere le corrette funzioni gastrointestinali e digestive ed Acqua Uliveto, grazie proprio all’azione alcalinizzante dei bicarbonati e al suo contenuto di calcio, è un’acqua che aiuta la digestione favorendo il buon funzionamento del nostro sistema gastrointestinale.

Sai come assimilare il calcio nelle ossa e non disperderlo?

Una persona attenta alla salute sa quanto sia importare integrare il proprio regime alimentare con alimenti ricchi di calcio. Questo perché il calcio aiuta a costruire le ossa ed è il micronutriente più importante nella prevenzione e nel trattamento dell’osteoporosi.

Spesso viene sottovalutato il ruolo del calcio nella crescita e nello sviluppo, ma anche durante la gravidanza e la menopausa.

Il calcio proviene principalmente dal cibo.

Quali alimenti bisogna mangiare per contribuire all’assimilazione di calcio nelle ossa?

1. Bere ogni giorno almeno una tazza di latte (meglio se parzialmente scremato).

2. Fare uno spuntino ricco di calcio, con yogurt naturale oppure con un frullato di frutta e latte.

3. Bere ogni giorno almeno 1,5 litri di acqua calcica, come Acqua Uliveto, il cui calcio è totalmente biodisponibile (il che significa che il nostro organismo lo metabolizza esattamente come quello preveniente dal latte e latticini).

4. Consumare 1 porzione di formaggio alla settimana (mozzarella, crescenza, provolone, fontina, parmigiano…).

5. Mangiare pesci ricchi di calcio tre volte alla settimana (alici, calamari, polpi, crostacei, molluschi…).

Tuttavia, per quanto questo comportamento sia corretto, rischia di non essere sufficiente, perché senza alcuni accorgimenti che aiutino l’organismo ad assimilare il calcio, si possono fare degli errori che portano a disperderlo.

È sufficiente controllare che alcune combinazioni fra alimenti non limitino l’assunzione di calcio oppure non ne favoriscano l’eliminazione.

Quali accorgimenti bisogna adottare per assimilare meglio il calcio nelle ossa?

Meglio evitare l’assunzione di alimenti ricchi di calcio insieme ad alimenti ricchi di ossalati (come spinaci, rape, legumi, pomodori, uva, caffè, tè), perché queste sostanze ne impediscono l’assorbimento. In poche parole, per esempio, abbinando spinaci e formaggio si rischia di sprecare una parte di calcio contenuta nel latticino.

Sapevate che il consumo di un’elevata quantità di proteine aumenta l’eliminazione di calcio con le urine? Meglio dunque non eccedere.

Si sa, infine, che alimenti integrali e ricchi di fibre fanno bene, ma un’assunzione eccessiva anche di questi alimenti potrebbe ridurre l’assorbimento di calcio.

Acqua Uliveto ha una concentrazione di calcio, altamente assimilabile, pari a circa 200 mg/litro.
Studi scientifici pubblicati su riviste internazionali confermano che, a pari quantità di acqua bevuta, concentrazioni più elevate di calcio non ne comportano un assorbimento proporzionalmente maggiore. Uliveto può dunque contribuire al raggiungimento della quota giornaliera di calcio raccomandata per fornire protezione alle ossa in ogni età. Lo ha riconosciuto anche il Ministero della Salute (Decreto Min. Salute n. 4311 del 15-7-2019).

Sete e disidratazione, quali sono i meccanismi che regolano la nostra sopravvivenza?

Che cos’è la sete?

Tutti la conosciamo e in estate la sperimentiamo spesso, tuttavia è molto più di una semplice sensazione, è uno stimolo che ha lo scopo, importantissimo, di mantenere in equilibrio la quantità di acqua presente nell’organismo. 

In poche parole, è il segnale che ci avverte che il corpo ha bisogno di acqua.

L’acqua, oltre a rappresentare – quantitativamente – il costituente principale dell’organismo, (ovvero circa il 60% del peso corporeo maschile e il 50% in quello femminile), svolge alcune funzioni vitali, quali:

  • regolare il volume cellulare e la temperatura corporea;
  • favorire i processi digestivi;
  • consentire il trasporto dei nutrienti e la rimozione delle scorie metaboliche.

Senza cibo è possibile vivere per settimane, ma dopo 5 o 6 giorni senza liquidi, la funzionalità deidiversi organi e la stessa sopravvivenza sono seriamente compromessi.

Com’è regolato il meccanismo della sete?

Quando la perdita di liquidi supera il livello di guardia, si ha un aumento di concentrazione di sali nel plasma. Questa variazione viene registrata, sotto forma di sete, dal sistema nervoso centrale. L’ipotalamo invia alla corteccia celebrale il messaggio di procurarsi acqua e al rene di attuare un risparmio idrico. Questo perché i reni non possono reintegrare l’acqua perduta, ma solo conservarla.

Quando si ha sete l’acqua rappresenta la bevanda più dissetante, grazie al suo forte potere idratante e, in più, non apporta calorie. Al contrario, le bibite sono costituite da sostanze (zuccheri, caffeina, teina, ecc.) che caricano il corpo di calorie extra, di sostanze diuretiche e di stimolanti del sistema nervoso e cardio-vascolare. 

Non dimenticate che la sete insorge quando già è in atto un processo di disidratazione, che andrebbe invece prevenuto, per questo è molto importantebere prima che insorga lo stimolo della sete.

La sete aumenta quando si pratica attività fisica e ci si trova in ambienti caldi, ma quando insorge la disidratazione?

Ebbene, questa si registra quando la quantità di liquidi persi supera quella di liquidi assunti, la soglia di disidratazione corrisponde ad una carenza del 3% di acqua. 

In questo caso scaturiscono sintomi lievi: sete, bocca secca, urine concentrate.

Quando il deficit di acqua raggiunge il 5% compaiono ipotensione, mal di testa, crampi muscolari. 

Con l’aumentare della perdita di liquidi, il quadro si aggrava: il polso diventa rapido e debole, insorgono anuria (sospensione completa della produzione di urina), vertigini, confusione.

Anche in estate fate dunque ben attenzione a bere spesso: a piccoli sorsi e preferendo acqua non troppo fredda.

Acqua Uliveto è un integratore naturale di sali minerali, poiché si caratterizza per un’ottimale mineralizzazione che, tramite un equilibrato apporto di sodio, calcio, potassio e magnesio, è in grado di reintegrare velocemente le perdite idrosaline che rischiano di portare alla disidratazione. 

Consigli utili per mantenere le ossa in salute

Tendiamo a pensare che le ossa siano qualcosa di duro, rigido e immutabile. Un po’ come se fossero delle pietre. Ma non è affatto così! 

Il nostro scheletro è composto da oltre 200 ossa, che devono essere sì rigide per poterci sostenere, ma allo stesso tempo devono anche essere elastiche, per poter assorbire gli urti e assecondare i movimenti senza frantumarsi. Il tessuto che le compone è un tessuto vivo, che continua a formarsi per tutto il corso della vita. 

Di cosa sono composte le ossa?

In gran parte di calcio, infatti il cristallo che le compone si chiama idrossiapatite ed è un minerale nella cui composizione chimica il calcio è il costituente principale. Si pensi che di tutto il calcio contenuto nell’organismo, il 99% si trova nelle ossa e nei denti. 

Il calcio è assorbito a livello dell’intestino grazie all’azione degli ormoni calcio-fosfo-tropi. Questi hanno appunto il ruolo di controllare l’assorbimento intestinale del calcio e del fosforo, così come la loro distribuzione nell’organismo e la loro eliminazione a livello renale. 

Calcio e fosforo devono essere introdotti quotidianamente in quantità sufficiente attraverso la dieta. Se ciò è facile per quanto riguarda il fosforo, che è molto comune negli alimenti di uso quotidiano, lo stesso non accade per il calcio, che abbonda solo in pochi alimenti di cui l’uomo si nutre. 

Due tipi diversi di cellule hanno il compito di formare e salvaguardare la salute del tessuto osseo: 

gli osteoclasti e gli osteoblasti. I primi, gli osteoclasti, hanno la funzione di riassorbire l’osso deteriorato (perché troppo invecchiato, o perché danneggiato). Dopo che gli osteoblasti hanno riassorbito l’osso rovinato, entrano in funzione gli osteoclasti, che ricostituiscono la materia ossea, formando il nuovo osso necessario. Questo delicato processo avviene ogni giorno della nostra vita ed è alla base dell’accrescimento delle ossa e del loro mantenimento in salute.

Le nostre ossa vanno prima formandosi e quindi progressivamente ingrandendosi e irrobustendosi. Una volta raggiunto il picco di massa ossea (ossia il momento in cui lo scheletro ha raggiunto il punto di massima forza, robustezza e densità del proprio potenziale genetico), per alcuni anni lo scheletro si mantiene in equilibrio. 

Che cos’è l’osteoporosi?

È una patologia che si presenta quando l’osso si indebolisce, diventando eccessivamente poroso: proprio da “osso poroso” prende il nome la condizione di osteoporosi. 

L’osso osteoporotico è estremamente indebolito e fragile, tanto che possono verificarsi fratture anche per urti di minore importanza. 

È innegabile che le donne in menopausa siano le più soggette a rischio di osteoporosi: la maggior parte delle fratture si verifica infatti nelle donne dopo i 65 anni di età. 

Tuttavia, è bene segnalare che nel mondo circa un uomo su cinque con più di 50 anni riporta una frattura ossea a causa dell’osteoporosi.

Intorno ai 70 anni gli uomini e le donne perdono massa ossea alla stessa velocità e l’assorbimento intestinale di calcio diminuisce allo stesso modo in entrambi i sessi. 

Cosa si può fare per contrastare il rischio di osteoporosi?

La risposta è racchiusa in due parole: vita sana.

Le principali fonti di calcio nella dieta mediterranea sono i latticini, ma esistono anche vegetali ricchi di calcio.

È bene ricordare che anche l’acqua può contenere questo prezioso minerale! Acqua Uliveto rappresenta infatti un’ottima fonte di calcio facilmente assorbibile a livello intestinale (ovvero immediatamente biodisponibile) e, in quanto acqua, è priva di calorie. Assumere calcio dall’acqua minerale è inoltre utilissimo per chi non riesce ad assumerlo con la dieta, come nel caso di persone intolleranti al lattosio e nei vegani, che scelgono di non consumare alimenti di origine animale. 

Con i suoi circa 200 milligrammi per litro, altamente assimilabili, Uliveto può dunque contribuire al raggiungimento della quota giornaliera di calcio raccomandata per fornire protezione alle ossa in ogni età. 

“Helicobacter Pylori” chi è questo sconosciuto?

Facciamo le presentazioni: “Helicobacter Pylori” è un batterio che trova habitat naturale nel muco gastrico dello stomaco. Deve il nome alla sua caratteristica forma ad elica, mentre “pylori” si riferisce al tratto terminale dello stomaco (piloro), che lo unisce all’intestino tenue, luogo dove avviene per l’appunto l’infezione del batterio.

La capacità di questo batterio di resistere all’acido e penetrare nella mucosa dello stomaco è legata alla produzione di un enzima, l’ureasi, attraverso cui neutralizza l’acido prodotto nell’ambiente gastrico. Qui facilita l’infiammazione (gastrite) e l’erosione della mucosa gastrica (ulcera), arrivando a determinare gastriti, ulcere o infiammazioni varie nello stomaco.

In pratica riesce a vivere in un ambiente estremamente acido sfuggendo all’azione distruttiva dei succhi gastrici!

Come e perché avviene il contagio da Helicobacter?

L’infezione è molto comune in tutto il mondo e colpisce in particolare l’età medio-avanzata. Tuttavia, in alcune aree geografiche, in condizioni di scarsa igiene ambientale, può colpire anche individui molto giovani.

L’Helicobacter Pylori è presente nelle feci, nella saliva e sulla placca dentale e può essere trasmesso da un soggetto all’altro, con trasmissione oro-fecale, in particolare se le condizioni igieniche non sono ottimali.

Le infezioni tendono a verificarsi nell’ambito familiare ed in soggetti che vivono in comunità chiuse o strutture di assistenza. L’infezione è in grado di produrre anticorpi che possono essere dosati, ma non determinano una immunità permanente. Infatti, anche dopo la guarigione dell’infezione si può andare incontro a una re-infezione.

La presenza del batterio Helicobacter Pylori è stata con chiarezza associata alla presenza di gastriti acute e croniche e ulcere gastriche e duodenali.

Nel 2005 i ricercatori Marshall e Warren sono stati insigniti del premio Nobel per la Medicina proprio grazie alla scoperta dell’Helicobacter Pylori e al suo rapporto con le patologie gastro-duodenali. Si stima infatti che circa il 90% delle ulcere duodenali e l’80% di quelle gastriche siano di origine infettiva.

Allo stesso tempo l’Helicobacter Pylori è stato considerato un fattore di rischio primario per carcinoma gastrico. Seppure in casi relativamente rari, attraverso un danno cronico della mucosa gastrica, che può portare alla atrofia delle ghiandole dello stomaco, si possono creare delle condizioni favorenti la progressione verso un tumore, attraverso lesioni microscopiche definite metaplasia e displasia.

Oltre a queste lesioni la infezione da Helicobacter può essere associata alla cosiddetta dispepsia funzionale, cioè una condizione di difficoltà digestiva o dolore alla bocca dello stomaco in assenza di lesioni evidenti o di ulcere.

Quali sono i sintomi di infezione da Hlicobacter Pylori?

Nella maggior parte dei casi si tratta di un’infezione del tutto asintomatica oppure con sintomi quasi impercettibili. Qualora il processo infiammatorio gastrico diventi intenso si possono avere sintomi come:

  • bruciore addominale, che peggiora a stomaco vuoto
  • dolore addominale
  • nausea e vomito
  • diarrea
  • inappetenza
  • eruttazione frequente
  • gonfiore
  • inspiegabile perdita di peso
  • fame al mattino
  • alitosi

Quali sono gli strumenti diagnostici?

Questa infezione può essere dimostrata con test indiretti come il test al respiro all’ureasi (breath test); l’analisi delle feci, che permette di valutare la presenza degli antigeni del batterio in un campione di feci; oppure con le analisi del sangue, da cui potrebbe essere rilevata la presenza di anticorpi contro l’Helicobacter Pylori.

Per dimostrare la presenza di lesioni gastriche e/o duodenali può essere indicata, soprattutto dopo i 50 anni, una gastroscopia, durante la quale si possono eseguire biopsie della mucosa gastrica e riscontrare sia la presenza diretta del batterio, che quella delle lesioni microscopiche già indicate, come gastrite atrofica, metaplasia o displasia. 

Terapia e cure.

La terapia dell’infezione è definita terapia eradicante ed è composta da farmaci antisecretori gastrici, associati ad antibiotici. A causa di una crescente presenza di resistenze batteriche, i protocolli più recenti prevedono una combinazione di antibiotici differente e più complessa ed un tempo di terapia più prolungato.

La terapia classica di gastrite e ulcera inizialmente basata su farmaci antistaminici antiH2 è stata più recentemente caratterizzata dai cosiddetti inibitori della pompa protonica, che sono potenti antisecretori acidi con la capacità di cicatrizzare rapidamente le ulcere, risolvendo con altrettanta velocità la sintomatologia. Grazie a questa classe di farmaci il ricorso all’intervento chirurgico, così frequente in passato, è stato pressoché abbandonato.

Consigli alimentari.

In affiancamento alla terapia medica, in presenza di gastrite o ulcera, è importante adottare un corretto stile di vita, evitare abusi alimentari, introdurre un’adeguata quantità di liquidi – in particolare acque bicarbonato calciche – evitare fumo e alcool, limitare l’uso di farmaci antinfiammatori.

È consigliabile masticare lentamente gli alimenti per favorire la digestione e non mangiare troppo, perché l’eccesso di cibo stimola la produzione di succhi gastrici. Allo stesso tempo occorre fare attenzione a non saltare i pasti, perché, in tal caso, lo stomaco è portato a secernere acidi che non possono essere assorbiti in assenza di cibo.

Attenzione agli alimenti grassi, ma anche ad alcool e cioccolata, che tendono a far refluire i succhi gastrici, mentre gli alimenti troppo caldi o troppo freddi e i cibi salati tendono a creare un surplus di secrezione gastrica. Infine, meglio cucinare con metodi di cottura leggeri (vapore, in padella con cotture brevi, griglia).

Acqua Uliveto, in quanto bicarbonato-alcalino-calcica e ricca di solfati, riesce a mantenere in equilibrio gli acidi gastrici, soprattutto durante la digestione, in cui stimola la circolazione sanguigna della parete gastrica aumentando l’afflusso di sangue nello stomaco, consentendo così la naturale produzione di succhi digestivi.

Quali sono le epatiti da virus?

L’epatite è una condizione di infiammazione acuta o cronica a carico delle cellule e del tessuto epatico. Si riconoscono diverse cause di epatite, a cominciare dall’abuso di alcool, farmaci epatotossici, malattie autoimmunitarie. D’altra parte, le cause più conosciute e frequenti di epatite vanno attribuite ad infezioni virali.

Le epatiti virali più note sono l’epatite A, l’epatite B e l’epatite C.

Vediamole una ad una.

L’epatite virale A comporta un’infiammazione acuta del fegato con ittero (colorito giallo della pelle), stanchezza profonda, nausea e inappetenza. 

La trasmissione di questa infezione avviene attraverso la cosiddetta via oro-fecale, cioè attraverso alimenti contaminati e richiede un periodo di 3-8 settimane di incubazione prima di manifestarsi. In alcuni casi, in particolare in età pediatrica, l’infezione può avvenire in modo del tutto asintomatico. 

L’epatite A è destinata a guarire spontaneamente e non comporta rischi di infezioni croniche.

L’epatite B può avere manifestazioni cliniche simili a quelle della epatite A, ma ha il potenziale di diventare un’infezione cronica nel 5-10% dei casi. Si parla in questo caso di epatite cronica B, che a sua volta può portare ad una cirrosi epatica con compromissione della funzione del fegato e l’impossibilità di ottenere una guarigione. 

Il virus B inoltre è un potenziale elemento carcinogeno ed è possibile, seppur raramente, arrivare alla presenza di un tumore epatico. La trasmissione dell’infezione avviene attraverso il sangue, rapporti sessuali o strumenti infetti.

Ad un’infezione da virus B può anche associarsi un’infezione da virus D, o delta, che ha simili modalità di trasmissione. Si tratta di un virus difettivo, che ha bisogno del virus B per attaccare le cellule epatiche, arrivando a causare quadri di infiammazione anche seri.

L’epatite C ha un quadro clinico e modalità di infezione simili al virus B, ma tende a cronicizzarsi nella grande maggioranza dei casi. È quindi intuibile l’impatto maggiore che può avere questa infezione sui casi di cirrosi epatica e tumore epatico. 

Come per il virus B, la trasmissione dell’infezione avviene attraverso il sangue, rapporti sessuali o strumenti infetti. 

In passato le trasfusioni di sangue hanno rappresentato un veicolo importante di trasmissione, in particolare per il virus C, rischio che attualmente risulta pressoché assente grazie alle misure di controllo delle sacche per trasfusione.

Esiste infine anche l’epatite E, con trasmissione per via oro-fecale, endemica in America centrale e in alcune regioni dell’Asia, capace di dare infezioni acute, ma anche croniche in pazienti debilitati, con decorso più grave in gravidanza.

In casi per fortuna molto rari un’epatite acuta, a prescindere dal virus in questione, può dare delle forme cosiddette “fulminanti”, che richiedono terapie rianimatorie e quando possibile un immediato trapianto di fegato, essendo gravate da un alto rischio di mortalità.

La diagnosi di epatite viene sospettata dai sintomi e confermata dal forte incremento delle transaminasi. 

Per ognuna delle infezioni virali abbiamo a disposizione esami ematici specifici, che confermano il tipo di infezione e testimoniano la capacità replicativa dei virus, in particolare B e C. 

L’ecografia addome completa la diagnosi ed è utile anche nelle complicanze. 

Come si gestiscono e curano le epatiti virali?

La campagna di vaccinazione obbligatoria per il virus B porterà ad una progressiva eliminazione del virus dallo scenario epidemiologico. 

Per i casi attualmente presenti, sono disponibili farmaci antivirali che possono tenere sotto controllo l’infezione. In presenza di cirrosi, ed in alcuni casi di tumore epatico, solo un trapianto del fegato può essere la soluzione terapeutica, anche se non sempre fattibile.

Nel caso dell’infezione da virus C, dove non è disponibile un vaccino, recenti protocolli terapeutici, a base di nuovi antivirali, hanno mostrato una efficacia tale da far prevedere un forte ridimensionamento di questa infezione nei prossimi anni in tutto il mondo. 

L’epatite A ed E invece non necessitano di specifici trattamenti, perché in genere sono auto-limitanti, tranne in pazienti immunodepressi, in presenza di epatite E.

La prevenzione dell’infezione di virus B e C deve avvenire attraverso misure igieniche ottimali, utilizzando comportamenti, strumenti terapeutici o sistemi di protezione adeguati. 

Il controllo di alimenti potenzialmente contaminati è utile nella prevenzione delle infezioni A ed E.

L’assunzione regolare di acqua Uliveto influenza favorevolmente tutte le funzioni dell’apparato gastrointestinale. In particolare, un’acqua bicarbonato-alcalino-solfato-calcica, come acqua Uliveto, migliora la funzionalità del fegato stimolando il metabolismo epatico quando alterato. 

In conclusione, un’acqua che favorisce la digestione e l’assimilazione dei cibi ingeriti così come una migliore funzionalità depurativa intestinale ed epatica contribuisce al mantenimento fisiologico dello stato di salute, aiutando a correggere eventuali stati di alterazione del nostro metabolismo.

Ulcera gastrica e duodenale: colpa di farmaci e stile di vita sbagliati?

L’ulcera, gastrica e duodenale, è una condizione dovuta ad una ferita (superficiale o profonda) della mucosa di stomaco o duodeno, che si espone così all’acido prodotto dallo stomaco. 

Si calcola che circa il 5-10% della popolazione mondiale abbia sofferto almeno una volta nella vita questa manifestazione, con maggiore prevalenza nei soggetti anziani e nel sesso maschile. Gli uomini infatti, sono colpiti più frequentemente delle donne, con un rapporto di 3:1.

Sebbene negli ultimi 30 anni l’incidenza dell’ulcera gastrica e duodenale sia andata riducendosi, ci si chiede che cosa la provochi e come vada trattata.

Soprattutto in passato, i fattori predisponenti all’insorgenza dell’ulcera venivano identificati nella dieta. Infatti l’ulcera sembra favorita dalla riduzione delle proteine, dall’aumento degli zuccheri e dalla riduzione della fibra alimentare; nell’uso di alcol, caffè e nell’abitudine al fumo. 

Tuttavia, l’azione degli acidi gastrici è stato sempre considerato l’unico meccanismo capace di provocare un danno diretto sulla mucosa gastrica e duodenale.

La scoperta, a partire dalla metà degli anni ’80, di un germe nella mucosa gastrica (l’Helicobacter Pylori) nella maggior parte dei pazienti con ulcera gastrica e con ulcera duodenale, ha cambiato completamente la storia di questa malattia per la diagnosi, per il trattamento e per la prevenzione delle recidive.

Nel caso di ulcera provocata da questo batterio, è importante tenere presente che anche dopo la guarigione, qualora l’infezione fosse ancora presente, il rischio di avere ricadute risulta molto alto.

L’altra rilevante causa di ulcere gastriche e duodenali è rappresentata dai farmaci antiinfiammatori (FANS) ed è un problema particolarmente attuale, dato l’aumento della età media della popolazione e la frequente presenza di problemi osteoarticolari nell’età avanzata. 

I farmaci antiinfiammatori, infatti, possono causare sia un danno diretto della mucosa, che un indebolimento dei suoi meccanismi di difesa.

Quali sono i sintomi che segnalano la presenza di un’ulcera in corso?

In primis il dolore localizzato nei quadranti addominali superiori e talvolta bruciori, nausea e vomito. La presenza di vomito con sangue o di feci nere segnala quella che può essere la principale complicanza e cioè l’emorragia digestiva. 

È invece molto più raro, grazie a potenti mezzi terapeutici che oggi sono a disposizione, che le ulcere si perforino con conseguente peritonite.

Diagnosticare un’ulcera gastrica o duodenale è oggi relativamente facile, avendo a diposizione la gastro-duodenoscopia con immagini ad alta risoluzione. 

A differenza dell’ulcera duodenale, che non presenza particolari rischi, l’ulcera gastrica richiede l’esecuzione di biopsie gastriche per escludere una degenerazione neoplastica. 

La diagnosi va poi completata con la valutazione della possibile infezione da Helicobacter pylori, attraverso una biopsia della mucosa o con un test del respiro specifico.

E la terapia? 

Attualmente ci si avvale degli inibitori della pompa protonica, che hanno lo scopo di inibire la secrezione acida gastrica e cicatrizzare rapidamente le ulcere. 

Risultano invece poco utili i cosiddetti antiacidi, che non sarebbero risolutivi nel lungo periodo se non si attuasse contemporaneamente una terapia mirata a combattere l’infezione da Helicobacter con un protocollo antibiotico. 

Varie osservazioni negli anni hanno consolidato il concetto che non è necessario consigliare un particolare schema dietetico, ma può essere utile consigliare l’esclusione di alimenti stimolanti, irritanti e acidificanti. 

Gli specialisti consigliano di mangiare spesso e poco pasti leggeri. I regimi dietetici devono essere blandamente ipocalorici e se protratti, per evitare le carenze nutrizionali, si devono usare gli integratori dietetici. Resta buona norma limitare lo stress, abolire il fumo, assumere alcoolici in modo moderato, evitare farmaci potenzialmente nocivi e introdurre un’adeguata quantità di acqua.

L’Acqua Uliveto, per il suo peculiare contenuto in minerali (in particolare ioni alcalini, bicarbonato e calcio), in equilibrio dinamico con la sua naturale microeffervescenza, è in grado di contribuire a migliorare molte condizioni di alterata funzionalità gastrica-duodenale. 

Attraverso numerosi studi scientifici è stato osservato come Uliveto, mediante l’interazione dei suoi ioni nella mucosa gastrica, favorisca un’azione normalizzatrice della secrezione gastrica e di protezione delle pareti dello stomaco. 

Che cos’è la calcolosi biliare

Orientarsi nel corpo umano non è sempre semplice, “facciamo un giro” per capire meglio dove ci troviamo quando parliamo di colecisti e calcolosi biliare.

La colecisti – o cistifellea – è un sacchettino, situato sul lato destro dell’addome (sotto il fegato), che fa da deposito della bile prodotta dalle cellule del fegato.

Come agisce la colecisti? 

Quando il cibo passa dallo stomaco all’intestino la cistifellea si contrae e riversa il suo contenuto nell’intestino. La bile favorisce la digestione e l’assorbimento dei lipidi.  

Talvolta il colesterolo ed i pigmenti biliari possono precipitare e aggregarsi in piccoli cristalli che vanno via via ammassandosi, creando così dei veri e propri calcoli della colecisti. 

La calcolosi delle vie biliari è una delle patologie più diffuse nel mondo occidentale, è più frequente nel sesso femminile ed è caratterizzata dalla presenza di uno o più calcoli nella colecisti e/o nelle vie biliari.

Dal punto di vista della composizione, i calcoli biliari sono sostanzialmente di tre tipi:

  • di colesterolo
  • pigmentati (con bilirubina) 
  • misti

I calcoli composti da colesterolo sono quelli più frequenti (70-75% dei casi) e si formano a causa di una riduzione dei sali biliari, che garantiscono la solubilità della bile. 

Diversa è la costituzione dei calcoli cosiddetti pigmentati, caratterizzati dalla presenza di bilirubina e che possono formarsi in presenza di malattie emolitiche acute e croniche del sangue, che portano alla formazione di maggiori quantità di bilirubina, che viene poi eliminata attraverso la bile.

Quali condizioni favoriscono la formazione di calcoli di colesterolo?

Esistono diverse condizioni: obesità, gravidanza, ipercolesterolemia, età avanzata, ma è anche riconoscibile in questa patologia una predisposizione familiare.

Anche l’alimentazione ha un’incidenza importante. Infatti una dieta ad elevato introito calorico, ricca di zuccheri raffinati, di lipidi e soprattutto di grassi saturi, è stata direttamente associata con la formazione di calcoli biliari; così come la ridotta introduzione di fibre. 

Il controllo del peso corporeo, una dieta ipocalorica, povera di grassi e fritti, ma ricca di frutta e verdura e con un adeguato apporto di acqua, rappresentano dei ragionevoli consigli utili in assoluto, ma anche per chi soffre di specifica patologia.

Come ci si accorge di avere la calcolosi biliare?

Generalmente il sintomo caratterizzante è il dolore ad andamento alternante, sotto le costole nel lato destro dell’addome, con possibile irradiazione nella spalla omolaterale. Tuttavia nella stragrande maggioranza dei casi (80%) la calcolosi biliare è asintomatica. 

La diagnosi di calcolosi della cistifellea è oggi abbastanza semplice e l’ecografia dell’addome è alquanto accurata nel rilevare la presenza di calcoli. Talvolta questi possono migrare dalla cistifellea ai condotti biliari e nel caso vi sia questo sospetto è più facile individuarli attraverso la risonanza magnetica.

In casi di forme asintomatiche, quando i calcoli vengono scoperti in modo fortuito, non è necessario alcun provvedimento.

Quando invece si manifesta la colica biliare, l’indicazione terapeutica è generalmente di eliminare i calcoli dalla via biliare con tecnica endoscopica oppure con la chirurgica tradizionale o laparoscopica (colecistectomia).

Quale è la principale complicanza della calcolosi biliare? 

Questo disturbo può provocare la colecistite acuta, cioè un’infiammazione della parete esterna della cistifellea o colecisti, che oltre al dolore può causare febbre elevata e segni di infezione generalizzata.

Il buon funzionamento della colecisti è condizione essenziale per lo svolgersi di un corretto processo digestivo, pertanto l’impiego di un’acqua bicarbonato-calcica (e con buon tenore di solfati), come Uliveto, rientra in un corretto regime dietetico per chi soffre di problemi delle vie biliari.

Alcune ricerche storiche di Uliveto sono state condotte proprio sulle sue proprietà favorevoli nelle malattie delle vie biliari grazie alla sua “azione colagoga”, cioè di stimolo del flusso biliare dovuto al solfato e al magnesio presenti in Uliveto. 

In conclusione, l’assunzione di acqua Uliveto aiuta a favorire o accrescere il flusso biliare, creando le condizioni sfavorevoli alla formazione o all’aumento del volume dei calcoli.