Sete e disidratazione, quali sono i meccanismi che regolano la nostra sopravvivenza?

Che cos’è la sete?

Tutti la conosciamo e in estate la sperimentiamo spesso, tuttavia è molto più di una semplice sensazione, è uno stimolo che ha lo scopo, importantissimo, di mantenere in equilibrio la quantità di acqua presente nell’organismo. 

In poche parole, è il segnale che ci avverte che il corpo ha bisogno di acqua.

L’acqua, oltre a rappresentare – quantitativamente – il costituente principale dell’organismo, (ovvero circa il 60% del peso corporeo maschile e il 50% in quello femminile), svolge alcune funzioni vitali, quali:

  • regolare il volume cellulare e la temperatura corporea;
  • favorire i processi digestivi;
  • consentire il trasporto dei nutrienti e la rimozione delle scorie metaboliche.

Senza cibo è possibile vivere per settimane, ma dopo 5 o 6 giorni senza liquidi, la funzionalità deidiversi organi e la stessa sopravvivenza sono seriamente compromessi.

Com’è regolato il meccanismo della sete?

Quando la perdita di liquidi supera il livello di guardia, si ha un aumento di concentrazione di sali nel plasma. Questa variazione viene registrata, sotto forma di sete, dal sistema nervoso centrale. L’ipotalamo invia alla corteccia celebrale il messaggio di procurarsi acqua e al rene di attuare un risparmio idrico. Questo perché i reni non possono reintegrare l’acqua perduta, ma solo conservarla.

Quando si ha sete l’acqua rappresenta la bevanda più dissetante, grazie al suo forte potere idratante e, in più, non apporta calorie. Al contrario, le bibite sono costituite da sostanze (zuccheri, caffeina, teina, ecc.) che caricano il corpo di calorie extra, di sostanze diuretiche e di stimolanti del sistema nervoso e cardio-vascolare. 

Non dimenticate che la sete insorge quando già è in atto un processo di disidratazione, che andrebbe invece prevenuto, per questo è molto importantebere prima che insorga lo stimolo della sete.

La sete aumenta quando si pratica attività fisica e ci si trova in ambienti caldi, ma quando insorge la disidratazione?

Ebbene, questa si registra quando la quantità di liquidi persi supera quella di liquidi assunti, la soglia di disidratazione corrisponde ad una carenza del 3% di acqua. 

In questo caso scaturiscono sintomi lievi: sete, bocca secca, urine concentrate.

Quando il deficit di acqua raggiunge il 5% compaiono ipotensione, mal di testa, crampi muscolari. 

Con l’aumentare della perdita di liquidi, il quadro si aggrava: il polso diventa rapido e debole, insorgono anuria (sospensione completa della produzione di urina), vertigini, confusione.

Anche in estate fate dunque ben attenzione a bere spesso: a piccoli sorsi e preferendo acqua non troppo fredda.

Acqua Uliveto è un integratore naturale di sali minerali, poiché si caratterizza per un’ottimale mineralizzazione che, tramite un equilibrato apporto di sodio, calcio, potassio e magnesio, è in grado di reintegrare velocemente le perdite idrosaline che rischiano di portare alla disidratazione. 

Consigli utili per mantenere le ossa in salute

Tendiamo a pensare che le ossa siano qualcosa di duro, rigido e immutabile. Un po’ come se fossero delle pietre. Ma non è affatto così! 

Il nostro scheletro è composto da oltre 200 ossa, che devono essere sì rigide per poterci sostenere, ma allo stesso tempo devono anche essere elastiche, per poter assorbire gli urti e assecondare i movimenti senza frantumarsi. Il tessuto che le compone è un tessuto vivo, che continua a formarsi per tutto il corso della vita. 

Di cosa sono composte le ossa?

In gran parte di calcio, infatti il cristallo che le compone si chiama idrossiapatite ed è un minerale nella cui composizione chimica il calcio è il costituente principale. Si pensi che di tutto il calcio contenuto nell’organismo, il 99% si trova nelle ossa e nei denti. 

Il calcio è assorbito a livello dell’intestino grazie all’azione degli ormoni calcio-fosfo-tropi. Questi hanno appunto il ruolo di controllare l’assorbimento intestinale del calcio e del fosforo, così come la loro distribuzione nell’organismo e la loro eliminazione a livello renale. 

Calcio e fosforo devono essere introdotti quotidianamente in quantità sufficiente attraverso la dieta. Se ciò è facile per quanto riguarda il fosforo, che è molto comune negli alimenti di uso quotidiano, lo stesso non accade per il calcio, che abbonda solo in pochi alimenti di cui l’uomo si nutre. 

Due tipi diversi di cellule hanno il compito di formare e salvaguardare la salute del tessuto osseo: 

gli osteoclasti e gli osteoblasti. I primi, gli osteoclasti, hanno la funzione di riassorbire l’osso deteriorato (perché troppo invecchiato, o perché danneggiato). Dopo che gli osteoblasti hanno riassorbito l’osso rovinato, entrano in funzione gli osteoclasti, che ricostituiscono la materia ossea, formando il nuovo osso necessario. Questo delicato processo avviene ogni giorno della nostra vita ed è alla base dell’accrescimento delle ossa e del loro mantenimento in salute.

Le nostre ossa vanno prima formandosi e quindi progressivamente ingrandendosi e irrobustendosi. Una volta raggiunto il picco di massa ossea (ossia il momento in cui lo scheletro ha raggiunto il punto di massima forza, robustezza e densità del proprio potenziale genetico), per alcuni anni lo scheletro si mantiene in equilibrio. 

Che cos’è l’osteoporosi?

È una patologia che si presenta quando l’osso si indebolisce, diventando eccessivamente poroso: proprio da “osso poroso” prende il nome la condizione di osteoporosi. 

L’osso osteoporotico è estremamente indebolito e fragile, tanto che possono verificarsi fratture anche per urti di minore importanza. 

È innegabile che le donne in menopausa siano le più soggette a rischio di osteoporosi: la maggior parte delle fratture si verifica infatti nelle donne dopo i 65 anni di età. 

Tuttavia, è bene segnalare che nel mondo circa un uomo su cinque con più di 50 anni riporta una frattura ossea a causa dell’osteoporosi.

Intorno ai 70 anni gli uomini e le donne perdono massa ossea alla stessa velocità e l’assorbimento intestinale di calcio diminuisce allo stesso modo in entrambi i sessi. 

Cosa si può fare per contrastare il rischio di osteoporosi?

La risposta è racchiusa in due parole: vita sana.

Le principali fonti di calcio nella dieta mediterranea sono i latticini, ma esistono anche vegetali ricchi di calcio.

È bene ricordare che anche l’acqua può contenere questo prezioso minerale! Acqua Uliveto rappresenta infatti un’ottima fonte di calcio facilmente assorbibile a livello intestinale (ovvero immediatamente biodisponibile) e, in quanto acqua, è priva di calorie. Assumere calcio dall’acqua minerale è inoltre utilissimo per chi non riesce ad assumerlo con la dieta, come nel caso di persone intolleranti al lattosio e nei vegani, che scelgono di non consumare alimenti di origine animale. 

Con i suoi circa 200 milligrammi per litro, altamente assimilabili, Uliveto può dunque contribuire al raggiungimento della quota giornaliera di calcio raccomandata per fornire protezione alle ossa in ogni età. 

“Helicobacter Pylori” chi è questo sconosciuto?

Facciamo le presentazioni: “Helicobacter Pylori” è un batterio che trova habitat naturale nel muco gastrico dello stomaco. Deve il nome alla sua caratteristica forma ad elica, mentre “pylori” si riferisce al tratto terminale dello stomaco (piloro), che lo unisce all’intestino tenue, luogo dove avviene per l’appunto l’infezione del batterio.

La capacità di questo batterio di resistere all’acido e penetrare nella mucosa dello stomaco è legata alla produzione di un enzima, l’ureasi, attraverso cui neutralizza l’acido prodotto nell’ambiente gastrico. Qui facilita l’infiammazione (gastrite) e l’erosione della mucosa gastrica (ulcera), arrivando a determinare gastriti, ulcere o infiammazioni varie nello stomaco.

In pratica riesce a vivere in un ambiente estremamente acido sfuggendo all’azione distruttiva dei succhi gastrici!

Come e perché avviene il contagio da Helicobacter?

L’infezione è molto comune in tutto il mondo e colpisce in particolare l’età medio-avanzata. Tuttavia, in alcune aree geografiche, in condizioni di scarsa igiene ambientale, può colpire anche individui molto giovani.

L’Helicobacter Pylori è presente nelle feci, nella saliva e sulla placca dentale e può essere trasmesso da un soggetto all’altro, con trasmissione oro-fecale, in particolare se le condizioni igieniche non sono ottimali.

Le infezioni tendono a verificarsi nell’ambito familiare ed in soggetti che vivono in comunità chiuse o strutture di assistenza. L’infezione è in grado di produrre anticorpi che possono essere dosati, ma non determinano una immunità permanente. Infatti, anche dopo la guarigione dell’infezione si può andare incontro a una re-infezione.

La presenza del batterio Helicobacter Pylori è stata con chiarezza associata alla presenza di gastriti acute e croniche e ulcere gastriche e duodenali.

Nel 2005 i ricercatori Marshall e Warren sono stati insigniti del premio Nobel per la Medicina proprio grazie alla scoperta dell’Helicobacter Pylori e al suo rapporto con le patologie gastro-duodenali. Si stima infatti che circa il 90% delle ulcere duodenali e l’80% di quelle gastriche siano di origine infettiva.

Allo stesso tempo l’Helicobacter Pylori è stato considerato un fattore di rischio primario per carcinoma gastrico. Seppure in casi relativamente rari, attraverso un danno cronico della mucosa gastrica, che può portare alla atrofia delle ghiandole dello stomaco, si possono creare delle condizioni favorenti la progressione verso un tumore, attraverso lesioni microscopiche definite metaplasia e displasia.

Oltre a queste lesioni la infezione da Helicobacter può essere associata alla cosiddetta dispepsia funzionale, cioè una condizione di difficoltà digestiva o dolore alla bocca dello stomaco in assenza di lesioni evidenti o di ulcere.

Quali sono i sintomi di infezione da Hlicobacter Pylori?

Nella maggior parte dei casi si tratta di un’infezione del tutto asintomatica oppure con sintomi quasi impercettibili. Qualora il processo infiammatorio gastrico diventi intenso si possono avere sintomi come:

  • bruciore addominale, che peggiora a stomaco vuoto
  • dolore addominale
  • nausea e vomito
  • diarrea
  • inappetenza
  • eruttazione frequente
  • gonfiore
  • inspiegabile perdita di peso
  • fame al mattino
  • alitosi

Quali sono gli strumenti diagnostici?

Questa infezione può essere dimostrata con test indiretti come il test al respiro all’ureasi (breath test); l’analisi delle feci, che permette di valutare la presenza degli antigeni del batterio in un campione di feci; oppure con le analisi del sangue, da cui potrebbe essere rilevata la presenza di anticorpi contro l’Helicobacter Pylori.

Per dimostrare la presenza di lesioni gastriche e/o duodenali può essere indicata, soprattutto dopo i 50 anni, una gastroscopia, durante la quale si possono eseguire biopsie della mucosa gastrica e riscontrare sia la presenza diretta del batterio, che quella delle lesioni microscopiche già indicate, come gastrite atrofica, metaplasia o displasia. 

Terapia e cure.

La terapia dell’infezione è definita terapia eradicante ed è composta da farmaci antisecretori gastrici, associati ad antibiotici. A causa di una crescente presenza di resistenze batteriche, i protocolli più recenti prevedono una combinazione di antibiotici differente e più complessa ed un tempo di terapia più prolungato.

La terapia classica di gastrite e ulcera inizialmente basata su farmaci antistaminici antiH2 è stata più recentemente caratterizzata dai cosiddetti inibitori della pompa protonica, che sono potenti antisecretori acidi con la capacità di cicatrizzare rapidamente le ulcere, risolvendo con altrettanta velocità la sintomatologia. Grazie a questa classe di farmaci il ricorso all’intervento chirurgico, così frequente in passato, è stato pressoché abbandonato.

Consigli alimentari.

In affiancamento alla terapia medica, in presenza di gastrite o ulcera, è importante adottare un corretto stile di vita, evitare abusi alimentari, introdurre un’adeguata quantità di liquidi – in particolare acque bicarbonato calciche – evitare fumo e alcool, limitare l’uso di farmaci antinfiammatori.

È consigliabile masticare lentamente gli alimenti per favorire la digestione e non mangiare troppo, perché l’eccesso di cibo stimola la produzione di succhi gastrici. Allo stesso tempo occorre fare attenzione a non saltare i pasti, perché, in tal caso, lo stomaco è portato a secernere acidi che non possono essere assorbiti in assenza di cibo.

Attenzione agli alimenti grassi, ma anche ad alcool e cioccolata, che tendono a far refluire i succhi gastrici, mentre gli alimenti troppo caldi o troppo freddi e i cibi salati tendono a creare un surplus di secrezione gastrica. Infine, meglio cucinare con metodi di cottura leggeri (vapore, in padella con cotture brevi, griglia).

Acqua Uliveto, in quanto bicarbonato-alcalino-calcica e ricca di solfati, riesce a mantenere in equilibrio gli acidi gastrici, soprattutto durante la digestione, in cui stimola la circolazione sanguigna della parete gastrica aumentando l’afflusso di sangue nello stomaco, consentendo così la naturale produzione di succhi digestivi.

Quali sono le epatiti da virus?

L’epatite è una condizione di infiammazione acuta o cronica a carico delle cellule e del tessuto epatico. Si riconoscono diverse cause di epatite, a cominciare dall’abuso di alcool, farmaci epatotossici, malattie autoimmunitarie. D’altra parte, le cause più conosciute e frequenti di epatite vanno attribuite ad infezioni virali.

Le epatiti virali più note sono l’epatite A, l’epatite B e l’epatite C.

Vediamole una ad una.

L’epatite virale A comporta un’infiammazione acuta del fegato con ittero (colorito giallo della pelle), stanchezza profonda, nausea e inappetenza. 

La trasmissione di questa infezione avviene attraverso la cosiddetta via oro-fecale, cioè attraverso alimenti contaminati e richiede un periodo di 3-8 settimane di incubazione prima di manifestarsi. In alcuni casi, in particolare in età pediatrica, l’infezione può avvenire in modo del tutto asintomatico. 

L’epatite A è destinata a guarire spontaneamente e non comporta rischi di infezioni croniche.

L’epatite B può avere manifestazioni cliniche simili a quelle della epatite A, ma ha il potenziale di diventare un’infezione cronica nel 5-10% dei casi. Si parla in questo caso di epatite cronica B, che a sua volta può portare ad una cirrosi epatica con compromissione della funzione del fegato e l’impossibilità di ottenere una guarigione. 

Il virus B inoltre è un potenziale elemento carcinogeno ed è possibile, seppur raramente, arrivare alla presenza di un tumore epatico. La trasmissione dell’infezione avviene attraverso il sangue, rapporti sessuali o strumenti infetti.

Ad un’infezione da virus B può anche associarsi un’infezione da virus D, o delta, che ha simili modalità di trasmissione. Si tratta di un virus difettivo, che ha bisogno del virus B per attaccare le cellule epatiche, arrivando a causare quadri di infiammazione anche seri.

L’epatite C ha un quadro clinico e modalità di infezione simili al virus B, ma tende a cronicizzarsi nella grande maggioranza dei casi. È quindi intuibile l’impatto maggiore che può avere questa infezione sui casi di cirrosi epatica e tumore epatico. 

Come per il virus B, la trasmissione dell’infezione avviene attraverso il sangue, rapporti sessuali o strumenti infetti. 

In passato le trasfusioni di sangue hanno rappresentato un veicolo importante di trasmissione, in particolare per il virus C, rischio che attualmente risulta pressoché assente grazie alle misure di controllo delle sacche per trasfusione.

Esiste infine anche l’epatite E, con trasmissione per via oro-fecale, endemica in America centrale e in alcune regioni dell’Asia, capace di dare infezioni acute, ma anche croniche in pazienti debilitati, con decorso più grave in gravidanza.

In casi per fortuna molto rari un’epatite acuta, a prescindere dal virus in questione, può dare delle forme cosiddette “fulminanti”, che richiedono terapie rianimatorie e quando possibile un immediato trapianto di fegato, essendo gravate da un alto rischio di mortalità.

La diagnosi di epatite viene sospettata dai sintomi e confermata dal forte incremento delle transaminasi. 

Per ognuna delle infezioni virali abbiamo a disposizione esami ematici specifici, che confermano il tipo di infezione e testimoniano la capacità replicativa dei virus, in particolare B e C. 

L’ecografia addome completa la diagnosi ed è utile anche nelle complicanze. 

Come si gestiscono e curano le epatiti virali?

La campagna di vaccinazione obbligatoria per il virus B porterà ad una progressiva eliminazione del virus dallo scenario epidemiologico. 

Per i casi attualmente presenti, sono disponibili farmaci antivirali che possono tenere sotto controllo l’infezione. In presenza di cirrosi, ed in alcuni casi di tumore epatico, solo un trapianto del fegato può essere la soluzione terapeutica, anche se non sempre fattibile.

Nel caso dell’infezione da virus C, dove non è disponibile un vaccino, recenti protocolli terapeutici, a base di nuovi antivirali, hanno mostrato una efficacia tale da far prevedere un forte ridimensionamento di questa infezione nei prossimi anni in tutto il mondo. 

L’epatite A ed E invece non necessitano di specifici trattamenti, perché in genere sono auto-limitanti, tranne in pazienti immunodepressi, in presenza di epatite E.

La prevenzione dell’infezione di virus B e C deve avvenire attraverso misure igieniche ottimali, utilizzando comportamenti, strumenti terapeutici o sistemi di protezione adeguati. 

Il controllo di alimenti potenzialmente contaminati è utile nella prevenzione delle infezioni A ed E.

L’assunzione regolare di acqua Uliveto influenza favorevolmente tutte le funzioni dell’apparato gastrointestinale. In particolare, un’acqua bicarbonato-alcalino-solfato-calcica, come acqua Uliveto, migliora la funzionalità del fegato stimolando il metabolismo epatico quando alterato. 

In conclusione, un’acqua che favorisce la digestione e l’assimilazione dei cibi ingeriti così come una migliore funzionalità depurativa intestinale ed epatica contribuisce al mantenimento fisiologico dello stato di salute, aiutando a correggere eventuali stati di alterazione del nostro metabolismo.

Ulcera gastrica e duodenale: colpa di farmaci e stile di vita sbagliati?

L’ulcera, gastrica e duodenale, è una condizione dovuta ad una ferita (superficiale o profonda) della mucosa di stomaco o duodeno, che si espone così all’acido prodotto dallo stomaco. 

Si calcola che circa il 5-10% della popolazione mondiale abbia sofferto almeno una volta nella vita questa manifestazione, con maggiore prevalenza nei soggetti anziani e nel sesso maschile. Gli uomini infatti, sono colpiti più frequentemente delle donne, con un rapporto di 3:1.

Sebbene negli ultimi 30 anni l’incidenza dell’ulcera gastrica e duodenale sia andata riducendosi, ci si chiede che cosa la provochi e come vada trattata.

Soprattutto in passato, i fattori predisponenti all’insorgenza dell’ulcera venivano identificati nella dieta. Infatti l’ulcera sembra favorita dalla riduzione delle proteine, dall’aumento degli zuccheri e dalla riduzione della fibra alimentare; nell’uso di alcol, caffè e nell’abitudine al fumo. 

Tuttavia, l’azione degli acidi gastrici è stato sempre considerato l’unico meccanismo capace di provocare un danno diretto sulla mucosa gastrica e duodenale.

La scoperta, a partire dalla metà degli anni ’80, di un germe nella mucosa gastrica (l’Helicobacter Pylori) nella maggior parte dei pazienti con ulcera gastrica e con ulcera duodenale, ha cambiato completamente la storia di questa malattia per la diagnosi, per il trattamento e per la prevenzione delle recidive.

Nel caso di ulcera provocata da questo batterio, è importante tenere presente che anche dopo la guarigione, qualora l’infezione fosse ancora presente, il rischio di avere ricadute risulta molto alto.

L’altra rilevante causa di ulcere gastriche e duodenali è rappresentata dai farmaci antiinfiammatori (FANS) ed è un problema particolarmente attuale, dato l’aumento della età media della popolazione e la frequente presenza di problemi osteoarticolari nell’età avanzata. 

I farmaci antiinfiammatori, infatti, possono causare sia un danno diretto della mucosa, che un indebolimento dei suoi meccanismi di difesa.

Quali sono i sintomi che segnalano la presenza di un’ulcera in corso?

In primis il dolore localizzato nei quadranti addominali superiori e talvolta bruciori, nausea e vomito. La presenza di vomito con sangue o di feci nere segnala quella che può essere la principale complicanza e cioè l’emorragia digestiva. 

È invece molto più raro, grazie a potenti mezzi terapeutici che oggi sono a disposizione, che le ulcere si perforino con conseguente peritonite.

Diagnosticare un’ulcera gastrica o duodenale è oggi relativamente facile, avendo a diposizione la gastro-duodenoscopia con immagini ad alta risoluzione. 

A differenza dell’ulcera duodenale, che non presenza particolari rischi, l’ulcera gastrica richiede l’esecuzione di biopsie gastriche per escludere una degenerazione neoplastica. 

La diagnosi va poi completata con la valutazione della possibile infezione da Helicobacter pylori, attraverso una biopsia della mucosa o con un test del respiro specifico.

E la terapia? 

Attualmente ci si avvale degli inibitori della pompa protonica, che hanno lo scopo di inibire la secrezione acida gastrica e cicatrizzare rapidamente le ulcere. 

Risultano invece poco utili i cosiddetti antiacidi, che non sarebbero risolutivi nel lungo periodo se non si attuasse contemporaneamente una terapia mirata a combattere l’infezione da Helicobacter con un protocollo antibiotico. 

Varie osservazioni negli anni hanno consolidato il concetto che non è necessario consigliare un particolare schema dietetico, ma può essere utile consigliare l’esclusione di alimenti stimolanti, irritanti e acidificanti. 

Gli specialisti consigliano di mangiare spesso e poco pasti leggeri. I regimi dietetici devono essere blandamente ipocalorici e se protratti, per evitare le carenze nutrizionali, si devono usare gli integratori dietetici. Resta buona norma limitare lo stress, abolire il fumo, assumere alcoolici in modo moderato, evitare farmaci potenzialmente nocivi e introdurre un’adeguata quantità di acqua.

L’Acqua Uliveto, per il suo peculiare contenuto in minerali (in particolare ioni alcalini, bicarbonato e calcio), in equilibrio dinamico con la sua naturale microeffervescenza, è in grado di contribuire a migliorare molte condizioni di alterata funzionalità gastrica-duodenale. 

Attraverso numerosi studi scientifici è stato osservato come Uliveto, mediante l’interazione dei suoi ioni nella mucosa gastrica, favorisca un’azione normalizzatrice della secrezione gastrica e di protezione delle pareti dello stomaco. 

Che cos’è la calcolosi biliare

Orientarsi nel corpo umano non è sempre semplice, “facciamo un giro” per capire meglio dove ci troviamo quando parliamo di colecisti e calcolosi biliare.

La colecisti – o cistifellea – è un sacchettino, situato sul lato destro dell’addome (sotto il fegato), che fa da deposito della bile prodotta dalle cellule del fegato.

Come agisce la colecisti? 

Quando il cibo passa dallo stomaco all’intestino la cistifellea si contrae e riversa il suo contenuto nell’intestino. La bile favorisce la digestione e l’assorbimento dei lipidi.  

Talvolta il colesterolo ed i pigmenti biliari possono precipitare e aggregarsi in piccoli cristalli che vanno via via ammassandosi, creando così dei veri e propri calcoli della colecisti. 

La calcolosi delle vie biliari è una delle patologie più diffuse nel mondo occidentale, è più frequente nel sesso femminile ed è caratterizzata dalla presenza di uno o più calcoli nella colecisti e/o nelle vie biliari.

Dal punto di vista della composizione, i calcoli biliari sono sostanzialmente di tre tipi:

  • di colesterolo
  • pigmentati (con bilirubina) 
  • misti

I calcoli composti da colesterolo sono quelli più frequenti (70-75% dei casi) e si formano a causa di una riduzione dei sali biliari, che garantiscono la solubilità della bile. 

Diversa è la costituzione dei calcoli cosiddetti pigmentati, caratterizzati dalla presenza di bilirubina e che possono formarsi in presenza di malattie emolitiche acute e croniche del sangue, che portano alla formazione di maggiori quantità di bilirubina, che viene poi eliminata attraverso la bile.

Quali condizioni favoriscono la formazione di calcoli di colesterolo?

Esistono diverse condizioni: obesità, gravidanza, ipercolesterolemia, età avanzata, ma è anche riconoscibile in questa patologia una predisposizione familiare.

Anche l’alimentazione ha un’incidenza importante. Infatti una dieta ad elevato introito calorico, ricca di zuccheri raffinati, di lipidi e soprattutto di grassi saturi, è stata direttamente associata con la formazione di calcoli biliari; così come la ridotta introduzione di fibre. 

Il controllo del peso corporeo, una dieta ipocalorica, povera di grassi e fritti, ma ricca di frutta e verdura e con un adeguato apporto di acqua, rappresentano dei ragionevoli consigli utili in assoluto, ma anche per chi soffre di specifica patologia.

Come ci si accorge di avere la calcolosi biliare?

Generalmente il sintomo caratterizzante è il dolore ad andamento alternante, sotto le costole nel lato destro dell’addome, con possibile irradiazione nella spalla omolaterale. Tuttavia nella stragrande maggioranza dei casi (80%) la calcolosi biliare è asintomatica. 

La diagnosi di calcolosi della cistifellea è oggi abbastanza semplice e l’ecografia dell’addome è alquanto accurata nel rilevare la presenza di calcoli. Talvolta questi possono migrare dalla cistifellea ai condotti biliari e nel caso vi sia questo sospetto è più facile individuarli attraverso la risonanza magnetica.

In casi di forme asintomatiche, quando i calcoli vengono scoperti in modo fortuito, non è necessario alcun provvedimento.

Quando invece si manifesta la colica biliare, l’indicazione terapeutica è generalmente di eliminare i calcoli dalla via biliare con tecnica endoscopica oppure con la chirurgica tradizionale o laparoscopica (colecistectomia).

Quale è la principale complicanza della calcolosi biliare? 

Questo disturbo può provocare la colecistite acuta, cioè un’infiammazione della parete esterna della cistifellea o colecisti, che oltre al dolore può causare febbre elevata e segni di infezione generalizzata.

Il buon funzionamento della colecisti è condizione essenziale per lo svolgersi di un corretto processo digestivo, pertanto l’impiego di un’acqua bicarbonato-calcica (e con buon tenore di solfati), come Uliveto, rientra in un corretto regime dietetico per chi soffre di problemi delle vie biliari.

Alcune ricerche storiche di Uliveto sono state condotte proprio sulle sue proprietà favorevoli nelle malattie delle vie biliari grazie alla sua “azione colagoga”, cioè di stimolo del flusso biliare dovuto al solfato e al magnesio presenti in Uliveto. 

In conclusione, l’assunzione di acqua Uliveto aiuta a favorire o accrescere il flusso biliare, creando le condizioni sfavorevoli alla formazione o all’aumento del volume dei calcoli.

Cos’è la steatosi epatica?

La steatosi epatica è una condizione caratterizzata dall’accumulo di grassi (soprattutto trigliceridi) nelle cellule del fegato. Qual è la soglia di allerta?

Diciamo che qualora l’accumulo di grassi superasse il 5-10% del peso del fegato si potrebbe parlare di steatosi epatica.

Questa patologia colpisce prevalentemente la fascia di età che va dai 40 ai 60 anni, ma sempre più spesso vengono segnalati casi in età infantile e giovanile.

Le cause di un fegato grasso possono essere diverse, legate a cattive abitudini alimentari o a vere e proprie patologie, che tendono a favorire questa condizione.

Una dieta ipercalorica, con eccesso di grassi e conseguente sovrappeso, sono spesso all’origine del problema. Altrettanto nocivo è l’uso prolungato ed eccessivo di alcoolici, che procurano un danno cronico al fegato.

Sono spesso associate alla steatosi del fegato patologie e condizioni come: obesità, diabete, dislipidemie con incremento di colesterolo e trigliceridi, non ché l’uso cronico di alcuni farmaci.

Nella maggior parte dei casi la steatosi epatica non dà sintomi o disturbi soggettivi. Tuttavia in circa il 10% dei casi può cominciare a svilupparsi un’infiammazione, che si chiama steatoepatite. 

Si distingue la steatoepatite alcolica da quella non alcolica.

Come si diagnostica la steaotosi epatica? 

Di per sé può essere priva di alterazioni significative nelle analisi ematiche di laboratorio, al limite può prevedere un lieve incremento di transaminasi. Il riscontro nelle analisi di laboratorio diventa invece più evidente in caso di statoepatite.

Tuttavia già l’ecografia dell’addome può indicare la presenza di una steatosi epatica con aspetti tipici, come la ipercegenicità, il cosiddetto “fegato brillante”. Inoltre l’ecografia può fornire informazioni sulla localizzazione o estensione all’interno del fegato.

In casi particolari, nel sospetto di complicanze più serie, si può trovare un riscontro anche nella TAC o nella risonanza magnetica del fegato.

Per ottenere un quadro istologico, utile per la diagnosi differenziale, ma soprattutto per stabilire gravità e prognosi della steatosi, si rende talvolta necessario fare una biopsia epatica.

Sottolineiamo l’importanza di prevenire la steatosi epatica attraverso alcuni comportamenti virtuosi:

  • assumere moderatamente alcolici, soprattutto evitando i superalcolici
  • seguire una dieta ricca di fibre e povera di grassi 
  • bere almeno 1,5lt di acqua al giorno per garantire all’organismo una corretta idratazione 
  • praticare regolare attività fisica.

Questo anche perché non esiste una cura specifica della steatosi o farmaci che con efficacia possano far regredire questa patologia. 

Pertanto, i provvedimenti terapeutici sono realisticamente rivolti alla riduzione del peso corporeo attraverso l’attività fisica e con una corretta idratazione e alimentazione, la quale prevede la riduzione di grassi alimentari e l’abolizione assoluta di qualsiasi tipo di alcolici.

Altrettando importante è la gestione ottimale della malattia diabetica e l’esclusione di eventuali farmaci implicati.

Uliveto grazie alla sua composizione unica di preziosi minerali, quali bicarbonati, calcio, magnesio e solfati favorisce la buona funzione epatica. 

In particolare sono i solfati, di cui Uliveto è naturalmente ricca, che agiscono sulle cellule del fegato, aiutandole nella loro produzione e nella loro secrezione biliare. 

Proprio i sali biliari infatti esercitano un’azione protettiva e stimolante del metabolismo epatico, che agisce sull’eliminazione del colesterolo, dannoso per il nostro organismo. 

L’azione alcalinizzante dei bicarbonati e del calcio presenti in Uliveto agiscono invece sullo stomaco favorendone il processo digestivo dei cibi ingeriti.

Casi, buone abitudini e miti da sfatare sulla malattia diverticolare del colon

Immaginate delle piccole tasche sporgenti (le estroflessioni) che si formano nella parete dell’intestino interessando prevalentemente il tratto del colon denominato sigma (la zona che precede il retto).

I diverticoli possono essere isolati o multipli.

Nella stragrande maggioranza dei casi (80%), la loro scoperta è del tutto casuale e di per sé non rappresentano una patologia, ma una alterazione anatomica.

È raro riscontrarli prima dei 40 anni, poiché solitamente si individuano dopo i 60 anni.

La causa dei diverticoli non è del tutto definita, ma è possibile che cattive abitudini alimentari inveterate, scarso apporto di fibre, con conseguente alterazione della motilità intestinale, possano essere all’origine di questa alterazione anatomica.

La semplice presenza di diverticoli, denominata diverticolosi del colon, deve essere ben distinta dalla malattia diverticolare, che rappresenta invece una possibile evoluzione patologica in circa il 20% dei casi.

La malattia diverticolare si manifesta attraverso sintomi generici, rappresentati da dolore e gonfiore addominale, solitamente localizzati nel lato sinistro dell’addome; e da alterazioni nell’andare di corpo, che possono essere del tutto simili ai sintomi riportati nell’intestino irritabile.

In una ridotta percentuale di pazienti si può arrivare ad una possibile infiammazione dei diverticoli, è questo il caso della diverticolite acuta, che può provocare febbre, dolore di notevole intensità al fianco sinistro e difficoltà nell’andare di corpo.

Una diverticolite acuta può richiedere un ricovero ospedaliero, soprattutto in presenza di complicanze, seppur rare, caratterizzate da raccolte ascessuali attorno ai diverticoli o perforazioni.

Un’altra complicanza della malattia diverticolare è rappresentata dalle emorragie intestinali, che possono manifestarsi anche in assenza di una infiammazione diverticolare.

Non è semplice diagnosticare la malattia diverticolare attraverso esami di laboratorio, se non in fase acuta di infiammazione.

Sono pertanto più importanti e decisivi per la diagnosi l’ecografia e la TAC dell’addome per dimostrare se la diverticolite è complicata o meno.

La colonscopia invece è controindicata nella diverticolite acuta, almeno nelle fasi iniziali di malattia, mentre è raccomandata, anche in ottica di una diagnosi differenziale, nel caso di una emorragia rettale. L’approccio terapeutico alla malattia diverticolare comprende infine diverse tipologie di intervento.

Nella fase di malattia diverticolare senza infiammazione è importante una dieta con adeguato apporto di fibre vegetali, come frutta e verdura. Mentre l’ingestione di cibi grassi dovrebbe essere limitata.

È consigliato inoltre un adeguato apporto di acqua, fino a un litro e mezzo al giorno.

Acqua Uliveto, ricca di magnesio, favorisce la buona funzionalità intestinale. Bevuta durante i pasti aiuta a digerire meglio.

Solitamente si tendeva a vietare al paziente il consumo di alimenti con semi, classicamente associati ai diverticoli del colon. Questa indicazione è stata recentemente ridimensionata, poiché non costituisce, secondo le attuali evidenze scientifiche, un reale pericolo di complicanze per i pazienti.

Qualora invece fosse dimostrata la presenza di una diverticolite acuta, inizialmente può essere previsto un breve digiuno o una dieta liquida, seguita poi da una parziale e progressiva reintroduzione dei cibi solidi.

In presenza di complicanze, il digiuno potrebbe essere più prolungato e la terapia inizialmente solo endovena.

Una terapia chirurgica trova indicazione in pochi casi selezionati e solo in presenza di complicanze serie, non risolvibili con terapia medica, o in caso di frequenti ricadute dello stato infiammatorio.

Non trova invece più indicazione la terapia periodica mensile con antibiotici non assorbibili, sia nella malattia diverticolare, tanto meno in caso di semplice diverticolosi, dal momento che non è stato dimostrato alcun vantaggio di questo approccio terapeutico.

Le malattie infiammatorie intestinali sono frequenti, sai come sorgono e come si curano?

Esistono diversi tipi di malattie infiammatorie intestinali, il morbo di Crohn e la colite ulcerosa sono le manifestazioni più comuni e di cui probabilmente avete sentito parlare.

In Italia sono tra le 150 e le 200.000 le persone che soffrono di questi disturbi. Ad esserne più colpita è la fascia di età compresa tra i 15 e i 45 anni, in una frequenza sostanzialmente sovrapponibile tra maschi e femmine.

La causa di origine di queste malattie è tutt’ora sconosciuta, ma è accertato il ruolo di una reazione autoimmune che causa l’infiammazione del piccolo e del grosso intestino.

Cosa significa “reazione autoimmune”?

Vuol dire che il sistema immunitario “impazzisce” e attacca le cellule dell’apparato digerente e più frequentemente dell’intestino. Conseguentemente all’accumulo di cellule immunitarie nelle pareti del tubo digerente, insorge una reazione infiammatoria cronica, che sconvolge la normale anatomia dell’apparato e ne disturba la funzione.

È stato riconosciuto un possibile ruolo di fattori genetici ed è nota la familiarità per queste malattie, ovvero possono verificarsi più casi nella stessa famiglia.

Quali sono i sintomi delle malattie infiammatorie intestinali?

I disturbi più comuni sono diarrea – con possibile presenza di muco e sangue nelle feci; vomito, dolori addominali, calo del peso e talvolta febbre.

I sintomi possono presentarsi cronicamente o con periodi di riacutizzazione alternati a periodi di apparente benessere. Questo malessere ha un forte impatto sulla qualità della vita dei pazienti, anche a causa di possibili complicanze come gli ascessi e fistole perianali, i restringimenti fibrotici di anse intestinali o le perforazioni intestinali.

Ovviamente è importante sottolineare che questi sintomi non sono esclusivi delle malattie infiammatorie intestinali, ma comuni anche in altri disturbi intestinali, come ad esempio la colite.

Per questo è bene affidarsi ad un medico per fare la diagnosi, attraverso l’utilizzo di alcuni esami di laboratorio, ematici e fecali. La malattia infiammatoria può essere sospettata da una ecografia delle anse intestinali, ma è confermata definitivamente dalla colonscopia con biopsie della mucosa intestinale e successiva definizione istologica. Una TAC o una risonanza magnetica sono talvolta utili per completare l’iter diagnostico.

Non potendo portare ad una guarigione definitiva, la terapia delle malattie infiammatorie croniche intestinali ha l’obiettivo di mandare in remissione la malattia, facendo regredire i sintomi.

Sono a disposizione di pazienti e specialisti farmaci anti-infiammatori locali o sistemici specifici per l’intestino, fino al cortisone e agli immunosoppressori. Anche un uso motivato di specifici antibiotici risulta spesso utile. Nei casi più difficili o quando un primo approccio terapeutico risultasse non abbastanza efficace, sono disponibili trattamenti speciali, attraverso l’utilizzo dei cosiddetti farmaci biologici, che possono essere decisivi nel migliorare il quadro infiammatorio.

Nei casi in cui la terapia medica non fosse sufficiente o efficace, in particolare nella malattia di Crohn, può essere necessario il ricorso ad un intervento chirurgico caratterizzato da resezioni parziali del piccolo intestino (Crohn del tenue), fino alla colectomia totale in forme severe di colite ulcerosa.

Non va dimenticato il ruolo rilevante dell’alimentazione in queste patologie.

Nelle fasi di riacutizzazione della malattia la dieta deve essere elementare con adeguato apporto di liquidi e con ridotto introito di grassi, zuccheri raffinati ed alcool.

D’altra parte un adeguato apporto calorico-proteico è fondamentale per prevenire le complicanze ed evitare una malnutrizione.

Sebbene nelle fasi più acute il digiuno possa essere inizialmente necessario, una ripresa, la più tempestiva possibile, di un’alimentazione regolare è necessaria per evitare alterazioni della motilità intestinale, una atrofia mucosale e una possibile sovra crescita batterica intestinale.

Nel momento della ripresa dell’alimentazione orale, va perciò garantito un apporto adeguato di acqua ed una dieta ipercalorica, inizialmente ipolipidica e con ridotto apporto di fibre, per poi arrivare gradualmente ad una dieta libera.

Uliveto è un’acqua bilanciata, le cui qualità possono assolvere alle esigenze nutrizionali di chi è afflitto da questo tipo di alterazione intestinale 

Difendersi dall’osteoporosi si può, con più calcio e sane abitudini

L’osteoporosi è il processo di deterioramento dell’apparato scheletrico, caratterizzato da bassa densità minerale e danneggiamento della micro-architettura del tessuto osseo. È particolarmente sentito dalle donne tra i 45/50 anni con l’approssimarsi della menopausa. Negli uomini il problema tende a manifestarsi più avanti nell’età, ma, per quanto prima sottovalutato, l’osteoporosi maschile è un fenomeno in crescita.

È possibile ritardare il sopraggiungere dell’osteoporosi e una volta sopraggiunto, impedirne l’avanzata. Vediamo come.

Un fondamentale aiuto per contrastare l’osteoporosi risiede nello stile di vita e in 4 buone abitudini da adottare per rinforzare lo scheletro:

  • svolgere attività fisica,
  • seguire una corretta alimentazione,
  • esporsi al sole (con la dovuta prudenza per non stressare la pelle)
  • scegliere un’acqua minerale ricca di un buon livello di calcio

Il calcio è il minerale che aiuta a costruire le ossa ed è il micronutriente più importante nella prevenzione e nel trattamento dell’osteoporosi. Per questo si raccomanda di seguire una dieta equilibrata, soprattutto nelle prime fasi della vita e nella crescita, quando si mettono le basi per il futuro della salute delle ossa. 

Uliveto, con i suoi circa 200 milligrammi per litro altamente assimilabili, aiuta a contribuire al raggiungimento della quota giornaliera di calcio raccomandata per fornire protezione alle ossa in ogni età.

Proprio per questo dunque Uliveto si colloca naturalmente al fianco della FIRMO (Fondazione Italiana Ricerca sulle Malattie dell’Osso) e di tutti i consumatori attenti alla salute delle ossa.

Allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica, le istituzioni ed il mondo scientifico sul tema dell’osteoporosi, è di particolare importanza il ruolo svolto dalla Giornata Mondiale dell’Osteoporosi (indetta dall’International Osteoporosis Foundation), che si è celebrato anche quest’anno il 20 ottobre in tutto il mondo, seppure in modalità inedite per via delle restrizioni vigenti.

L’osteoporosi è un’insidia silenziosa, di cui la gran parte della popolazione non è consapevole, basti pensare che solo una donna su due affetta da osteoporosi sa di esserlo. Stessa mancanza di consapevolezza riguarda un uomo su cinque.

Difendersi dall’osteoporosi si può: partendo da una corretta alimentazione e bevendo acque calciche come Uliveto, il cui contenuto di calcio si assorbe come quello del latte (Bacciottini L. e coll. Journal of Clinical Gastroenterology 2004) e che, in quanto acqua minerale, è priva di calorie.