La vitamina D: un essenziale dono del sole

Siamo in piena estate, il sole è entrato nelle nostre giornate portando con sé non solo il piacere di trascorrere il tempo libero all’aperto, ma anche un dono invisibile essenziale al nostro benessere. Stiamo parlando della vitamina D, elemento indispensabile per mantenere il corpo in salute, in particolare il tessuto osseo.

Circa il 20% della vitamina D presente nell’organismo è introdotta con l’alimentazione, mentre quasi l’80% viene prodotta nella pelle esposta ai raggi solari. Di solito un’esposizione giornaliera al sole di volto e braccia per circa 10-15 minuti durante i mesi estivi è sufficiente per assicurare una sufficiente produzione di vitamina D.

Tuttavia, alle nostre latitudini, soprattutto nel periodo autunno-inverno-primavera, gran parte della popolazione presenta valori insufficienti di vitamina D a causa della scarsa esposizione ai raggi solari.

Questo problema riguarda soprattutto la popolazione anziana, perché spesso è meno soggetta ad uscire e perché la pelle con il tempo riduce la capacità di formare vitamina D.

Oltretutto, in questa primavera 2020, la situazione si è aggravata per via della forzata segregazione in casa causata dal virus Covid-19, che ci ha impedito di godere di tante giornate di bel tempo.

È dunque arrivato il momento di recuperare, uscendo e sottoponendoci al bacio del sole!

Pensate che la vitamina D, una volta attivata nell’organismo, è indispensabile per aumentare del 30-80% l’assorbimento intestinale del calcio, il quale, in seguito, diventa disponibile per i processi fisiologici ai quali occorre e per la mineralizzazione dello scheletro.

Valori costantemente bassi di vitamina D portano quindi a una compromissione della mineralizzazione dello scheletro e a una condizione detta osteomalacia, che contribuisce alla fragilità ossea.

La vitamina D attiva è anche fondamentale per il mantenimento di una buona funzionalità muscolare. Valori molto bassi di vitamina D sono associati a una compromissione muscolare, che predispone a cadute più frequenti e, di conseguenza, maggiori probabilità di fratturarsi.

Ecco quindi perché c’è bisogno di assumere calcio a sufficienza e di produrre la necessaria vitamina D in tutte le fasi della nostra vita, ed in particolare per:

  • costruire lo scheletro nella fase della crescita
  • rafforzare lo scheletro nell’età adulta
  • prevenire fratture o rifratture nella terza età.

Un pic nic all’aria aperta, consumando una dieta ricca di nutrienti e bevendo un’acqua calcica come Uliveto è un buon modo per fare del bene al nostro organismo.

Diverticoli? Un malessere diffuso da curare con sane abitudini alimentari

Cos’è la diverticolite e chi ne soffre? Si tratta di una patologia che colpisce prevalentemente chi ha una dieta squilibrata, ovvero troppo carica di grassi e zuccheri e povera di acqua e fibre. Tuttavia si ipotizza che siano in causa anche fattori genetici.

I diverticoli del colon sono piccole estroflessioni (piccoli sacchi della mucosa – e della sottomucosa della parete intestinale) che più comunemente si formano proprio nel colon.

Per “diverticolosi” si intende la condizione anatomica caratterizzata da un numero elevato di diverticoli, può essere congenita o acqusita e solo quando  i diverticoli si infiammano la malattia si manifesta. La “malattia diverticolare” è infatti l’insieme delle manifestazioni cliniche e degli aspetti fisiopatologici connessi alla presenza di diverticoli.

Nella maggioranza dei casi, quando non si infiammano, i diverticoli sono asintomatici, cioè senza manifestazione di dolore mentre, nei rari casi in cui si manifestano, i sintomi sono: dolori nel fianco sinistro, flatulenze ed alterazioni dell’alvo con alternanza di stitichezza e diarrea, muco e sangue nelle feci.

Qual è l’incidenza sulla popolazione?

Ad accusare i diverticoli sono soprattutto gli anziani, infatti ne soffre il 70/80% delle persone con un’età compresa fra i 70 e gli 80 anni. Ne soffre invece quasi il 40% della popoazione fra i 40 e 55 anni. Per quanto sia bassa l’incidenza sui trentenni, la cifra è destinata a salire proprio a causa di un peggioramento delle abitudini alimentari e dello stile di vita.

In genere solo il 20% delle persone che hanno i diverticoli manifesta sintomi e solo il 10-15% sviluppa la malattia diverticolare o diverticolite (complicanza infiammatoria). Ma non fatevi ingannare dalle percentuali, perché parliamo comunque di milioni di persone. La diverticolite del colon è quindi una patoliga ad altissimo impatto sociale.

La terapia è essenzialmente dietetica e si basa sull’uso di una dieta ricca di fibre ed acqua.

Nei casi di diverticolite, poiché il processo infiammatorio tende a diffondersi verso le pareti esterne del colon con rischio di ascessi e/o perforazioni, bisogna ricorrere ad una terapia antibiotica per via generale. Solo lo 0,5% dei casi richiede un intervento chirurgico.

Ma quale dieta dovrebbero assumere i pazienti con diverticoli?

È certamente consigliabile una dieta ricca di fibre.

Con il termine di fibra alimentare si indica quella parte dei vegetali che il nostro organismo non è in grado di assimilare poiché l’apparato digerente manca di un enzima appropriato.

Le fibre si possono suddividere in due grandi famiglie, a seconda del loro comportamento nei confronti dell’acqua: solubili e non solubili.

Le fibre solubili sono fermentabili, riducono lo svuotamento gastrico ed in particolari condizioni aumentano il tempo di transito intestinale, mentre le fibre insolubili, tra cui distinguiamo la crusca, aumentano lo svuotamento gastrico e riducono il transito intestinale.

La dose indicata di fibre insolubili, come la crusca, da assumere quotidianamente, dovrebbe essere compresa tra i 10 e i 25 g al giorno e va associata ad un aumentato introito di acqua.

Quindi gli obbiettivi principali da perseguire sono:

  • consumare regolarmente i pasti senza saltarli mai;
  • evitare la vita sedentaria. Se possibile, effettuare costantemente attività fisica;
  • bere fino a 2-2.5lt al giorno di acqua, lontano dai pasti. Tra le acque è preferibile consumare quelle di tipo bicarbonato-calciche (come anche Uliveto), lontano dai pasti;
  • fare una vera prima colazione, varia, ricca di prodotti integrali;
  • utilizzare prodotti ricchi di fibre. Ad esempio: agrumi, fichi d’india, frutti di bosco, kiwi, mele, nespole, pere, prugne, asparagi, broccoli, carote, carciofi, cavoli, legumi, melanzane, radicchio rosso;
  • aumentare il più possibile la quantità di frutta e verdura assunta ad ogni pasto;
  • modificare gradualmente l’alimentazione, soprattutto per quanto attiene alla quota di fibre;
  • diminuire i grassi animali e la carne rossa.

E  gli alimenti permessi?

  • Pane integrale, di segale, fette biscottate e biscotti integrali, pasta alimentare, fiocchi d’avena, riso integrale;
    • latte, caffè decaffeinato e the deteinato, caffè d’orzo;
    • carni e pesci magri, ben cotti;
    • prosciutto cotto e crudo magri in porzioni piccole;
    • uova sode, alla coque e in camicia;
    • formaggi freschi e stagionati in piccole porzioni;
    • frutta ben matura;
    • ortaggi e verdure possibilmente cotte, ricche di fibre solubili, legumi passati e decorticati;
    • olio a crudo.

Infine, segnaliamo gli alimenti da evitare accuratamente:

  • Caffè e the concentrati e zuccherati;
  • carni e pesci grassi;
  • uova fritte;
  • formaggi fermentati, stagionati e piccanti;
  • frutta secca e acerba, mango e avocado;
  • ortaggi e frutta crude, legumi secchi;
  • fritture, stufati, spezie, salse piccanti;
  • alcol, bibite e soft drink.

Per concludere, ecco il consiglio da portare a casa:

Anche nel caso di un’ingerenza della malattia diverticolare la soluzione è quella di seguire sane abitudini alimentari e adottare uno stile di vita funzionale al benessere del nostro organismo!

Cos’è la sindrome del colon irritabile e quale dieta dovrebbe seguire chi ne soffre?

La sindrome del colon irritabile (anche detta colite spastica) è un disordine funzionale del tratto dell’intestino chiamato “colon”. È un disturbo che colpisce circa il 15%-20% della popolazione occidentale e principalmente il sesso femminile, che ne soffre il doppio rispetto agli uomini. In particolare ne sono  affette per lo più le persone di età compresa fra i 20 e 30 anni.  

Diversi fattori possono provocare questa sindrome e talvolta risalgono ad impulsi provenienti dal sistema nervoso centrale. Il che significa che anche lo stress può determinare l’inizio o l’intensità dei sintomi!

I sintomi principali del colon irritabile sono:

  • dolore addominale;
  • stipsi;
  • diarrea;
  • gonfiore addominale;
  • meteorismo.

Il dolore può variare di intensità, fino a diventare severo con conseguenze negative sulla salute dei pazienti e sulla loro capacità lavorativa.

A volte i pazienti attribuiscono a specifici alimenti la loro sintomatologia, ma in genere questo non è vero, piuttosto si tratta di un effetto generalizzato del cibo sull’alterata reattività intestinale.

Nonostante ciò esistono alcuni alimenti che possono aggravare i sintomi, parliamo di legumi, alcol, caffeina ed in particolare il lattosio. Più avanti vedremo una lista dettagliata dei cibi vietati e di quelli invece consigliati.

La dieta nel trattamento della sindrome del colon irritabile è dunque fondamentale, perché attraverso una minuziosa analisi del sintomo cronico si può preparare un piano dietetico che abbia diversi obiettivi, quali ridurre il dolore, normalizzare l’attività intestinale e ripristinare la funzione compromessa.

I comportamenti che gli esperti suggeriscono di assumere sono:

  • eliminare le fonti di stress o migliorarne l’accettazione;
  • praticare una regolare attività fisica giornaliera;
  • distribuire i pasti nella giornata ad intervalli regolari. Ricordiamo che i pasti devono essere 5, le pietanze semplici, poco elaborate ed i cibi ben cotti;
  • consumare i pasti a tavola senza fretta;
  • seguire un’alimentazione equilibrata, tipicamente mediterranea, ricca di frutta, verdura e cereali. Le fibre, come la crusca, l’avena, vanno aumentate gradualmente, sono utili sia nella stipsi, che nella diarrea. È necessario sottolineare che la crusca deve essere assunta con adeguate quantità di acqua perché in caso contrario si otterrebbe un effetto ritardante il transito intestinale;
  • la frutta va consumata lontano dai pasti meglio se cotta. La verdura, se non tollerata (particolarmente nella forma diarroica),  può essere consumata cotta per un periodo iniziale;
  • bere – particolarmente nella forma stiptica – almeno 1,5 litri di acqua al giorno possibilmente Bicarbonato-Calcica (come Acqua Uliveto) e soprattutto negli intervalli tra un pasto e l’altro;
  • identificare ed eliminare i cibi che potrebbero causare i sintomi, come i legumi che possono provocare gonfiore addominale e la caffeina che può dare diarrea;
  • in caso di diarrea non consumare prodotti preparati con dolcificanti artificiali, che hanno effetti lassativi;
  • moderare il consumo di latte e dei latticini freschi (è invece sempre consentito il consumo di parmigiano, emmenthal e pecorino stagionati).

Qualora prevalgano sintomi di meteorismo, oltre a quanto già indicato, è consigliabile non coricarsi subito dopo il pasto; abolire il fumo; evitare sostanze stimolanti la salivazione (chewing-gum, caramelle); evitare gli stress, che sono causa di deglutizioni ripetute; non distrarsi durante il pasto (lettura, conversazione); non bere continuamente durante i pasti privilegiando gli intervalli tra un pasto e l’altro; non assumere bevande gassate; evitare pasti abbondanti.

Quali sono gli alimenti da cui stare alla larga se si soffre di sindrome da intestino irritabile?

Carni: eliminate quelle salate, molto grasse e affumicate; la trippa, il prosciutto crudo, le lumache e tutta la selvaggina;
Pesce: fate a meno di salmone affumicato, acciughe, sardine, pesce fritto, e molluschi;
Latticini: niente gorgonzola, mascarpone, taleggio, pecorino e tutti i formaggi stagionati;
Verdure: radicchio, indivia, sedano, funghi, peperoni, fave, melanzane, prezzemolo, porri, aglio e sottaceti, carciofi, asparagi, zucca, cipolla sempre ben cotta e barbabietola;
Frutta: kiwi, melone, ciliegie, ribes, mirtilli, fichi e prugne. No a quantità eccessive di banane, albicocche, uva, ananas, mango, arance, mandarini, pompelmo e anguria;
Carboidrati: pane bianco, pane integrale, pane alla crusca, la mollica del pane fresco, pane ai cereali, riso integrale, brioche, merendine confezionate, biscotti, patate fritte; Attenzione a non esagerare con biscotti secchi e pasta alimentare;
Dolci: mettiamo via frittelle, chiacchiere, pasta sfoglia, pasticceria a base di crema e cacao, panna montata e gelato.

Vediamo adesso quali sono invece gli alimenti permessi!

Carni: via libera a pollo, coniglio, vitello, manzo, agnello e suino ben sgrassato;
Pesce: sogliola, orata, branzino, platessa, nasello. Tutti i pesci è bene che siano ai ferri o lessati;
Latticini: yogurt al bifido, ricotta, crescenza, parmigiano;
Verdure: lattuga, carote, rape, cavoli, zucca, zucchine, pomodori maturi e sbucciati, fagiolini. Sempre meglio consumare gli ortaggi cotti;
Frutta: mele, pere, pesche, frutta sciroppata, mousse di frutta, gelatina di frutta oppure cotta;
Carboidrati: riso, semolino, fiocchi di mais, patate cotte al forno o al vapore, grissini e cracker senza grassi, fette biscottate e pane biscottato.

Cosa si intende per durezza delle acque?

Una credenza diffusa tende a far ritenere che l’acqua molto leggera sia migliore rispetto ad acque dure e/o ricche di sali; ma non è questo il criterio più indicato per scegliere l’acqua da bere, ognuno deve ricercare nelle acque le caratteristiche che la rendono adatta alle proprie esigenze.

Le acque minerali sono acque naturali che vengono prelevate direttamente alla sorgente, sono batteriologicamente pure, sgorgano in superficie e hanno il vantaggio di trasportare al loro interno, con l’attraversamento gli strati geologici, tutta una serie di oligoelementi molto importanti per l’organismo umano.

In pratica stiamo parlando di acqua piovana che filtra nel terreno permeabile, si carica di oligominerali lungo un percorso sempre uguale e poi, quando incontra uno strato impermeabile, fuoriesce all’aperto o si accumula in piccoli laghi sotterranei.

Questo significa che le acque minerali acquistano caratteristiche chimico-fisiche particolari, tanto da essere favorevoli alla salute ed in alcuni casi in grado di apportare dei veri e propri benefici all’organismo.

La durezza di un’acqua è espressa dal suo contenuto di calcio e magnesio ed è riportata in gradi francesi (°F). Se non trascritta in etichetta, la durezza di un’acqua si può desumere moltiplicando il tenore di calcio (in mg) x 2,5 e quello di magnesio (in mg) x 4,1. Quindi bisogna sommare i rispettivi risultati e dividere per 10.

In funzione dei diversi gradi di durezza, le acque possono essere classificate in:

  • acque leggere o dolci: durezza inferiore a 15°F
  • acque mediamente dure: durezza compresa tra 15 e 30°F
  • acque dure: durezza superiore a 30°F

È vero che le acque dure fanno venire i calcoli?

Si tende generalmente a consigliare ai pazienti che soffrono di calcoli renali una dieta ipocalcica al fine di evitare le recidive, nonostante gli studi scientifici non abbiano mai stabilito la reale efficacia di questo provvedimento.

Al contrario, numerosi studi hanno evidenziato che l’apporto di calcio non provoca affatto un aumento del rischio di calcoli renali!

Questo perché il calcio introdotto con gli alimenti rappresenta addirittura un fattore protettivo nei confronti della calcolosi renale, poiché favorisce l’eliminazione intestinale dell’ossalato (vero colpevole della creazione dei calcoli) che legandosi con le molecole di calcio, evita di accumularsi nei reni provocando i calcoli.

Detto in parole povere: l’ossalato che si lega con il calcio (creando l’ossalato di calcio) viene espulso dall’apparato digerente, mentre al contrario l’ossalato allo stato puro viene espulso dall’apparato renale, dove accumulandosi rischia di produrre calcoli.

Ecco dunque che, contrariamente a quanto si pensa, assumere un’acqua moderatamente calcica aiuta a prevenire la formazione di calcoli renali.

L’adozione di acque minerali con un buon tenore di calcio, come acqua Uliveto, vista la particolare biodisponibilità del calcio disciolto, può contribuire a integrare quelle situazioni dove questo ione è deficitario, in particolare in quei soggetti nei quali si deve ridurre l’assunzione di latte e dei suoi derivati.

Questo ci conferma dunque che anche la salute delle ossa passa attraverso la scelta di acque calciche come Uliveto, il cui contenuto di calcio (200 mg/l circa) si assorbe come quello del latte.

È utile allora sapere che 2 litri di acqua Uliveto contengono circa 400 mg di calcio, vale a dire il 50% del valore nutritivo di riferimento, pari a 800/1000 mg al giorno.

Quanto calcio assumi?

Ovviamente non parliamo di partite alla Tv, ma del minerale maggiormente abbondante nel nostro organismo!

Il calcio non solamente è essenziale per la formazione e per il rafforzamento dello scheletro (che è esso stesso la riserva più preziosa di questo elemento all’interno del corpo), ma è anche necessario per supportare diverse altre funzioni del corpo, come la trasmissione degli impulsi nervosi, la contrazione muscolare, la moltiplicazione delle cellule e molto altro.

Per questo è di grande utilità non solo garantirne il giusto apporto, ma anche conoscere quanto siamo abituati ad assumerne con le nostre abitudini alimentari.

Infatti la carenza di calcio è più diffusa di quanto crediamo e raramente ci si preoccupa di valutare questo aspetto della propria salute in relazione all’alimentazione.

Ad esempio: tu sapresti dire di quanto calcio hai bisogno?

Prima di capire quanto calcio assumere è necessario capire di quanto effettivamente se ne necessita. Perché la quantità varia con il variare dell’età e delle fasi della vita.

Il calcio è infatti un elemento chiave nella fase della crescita, durante la gravidanza e l’allattamento, dopo i quarant’anni e per le donne dopo la menopausa.

Come si fa a capire se il nostro organismo ci chiede più calcio?

Interpretare correttamente i sintomi non è sempre semplice. Una mancanza di calcio ad esempio può provocare insonnia, nervosismo, crampi muscolari, aritmie, carie. In casi estremi la carenza di calcio può portare anche a fratture da osteoporosi. Sono disturbi molto diversi fra loro, che raramente mettiamo in relazione con la carenza di un minerale naturale.

Tutto ciò potrebbe essere evitato dedicando la giusta attenzione all’assunzione di alimenti che lo contengono, partendo appunto dalla valutazione del quantitativo che occorre introdurre.

Ma quali sono i cibi che maggiormente ci aiutano a soddisfare il fabbisogno di calcio?

Ovviamente è risaputo il ruolo che rivestono in questo campo il latte e gli altri prodotti caseari, ma esistono molte altre fonti a cui attingere.

Infatti acqua e vegetali sono in grado di fornire calcio tanto quanto il latte e i suoi derivati.

Per quanto riguarda le verdure citiamo quellea foglia verde, come cicoria catalogna, cime di rapa, rucola e lattuga, gli agretti e poi i broccoli, il sedano da costa, il finocchio, i cavoli e i porri.

A seguire si può individuare il calcio nella frutta, nei cereali, nel pesce e nella carne. È bene però confrontarsi con un nutrizionista per approfondire questi aspetti, perché non tutti gli alimenti forniscono calcio immediatamente biodisponibile (ovvero utilizzabile dall’organismo).

Anche l’acqua ha un ruolo importante, in particolar modo l’Acqua Uliveto, che contiene circa 200 mg/l di calcio (e in questo caso sì, parliamo di un calcio immediatamente biodisponibile).

Per calcolare se stai effettivamente assumendo la quantità necessaria di calcio per il tuo organismo in questa precisa fase della vita ti invitiamo a “giocare” con il CALCOLATORE DI CALCIO disponibile sul sito della FIRMO (Fondazione Italiana Ricerca sulle Malattie dell’Osso) CLICCANDO QUI:  https://www.fondazionefirmo.com/content/calcium-calculator

Non dovrai far altro che rispondere alle domande che il calcolatore ti porrà e attendere la risposta che ti guiderà nella giusta direzione per aiutare il tuo corpo a stare meglio ed essere più forte e sano.

Allergie ed intolleranze alimentari, facciamo chiarezza!

Si parla sempre più spesso di allergie e intolleranze alimentari, quali sono le differenze fra queste due reazioni?

L’allergia alimentare, nelle sue manifestazioni extradigestive, è la causa del 30-40% delle dermatiti atopiche del bambino o di una certa percentuale delle crisi di asma.

La comparsa di un’allergia è dovuta alla produzione di anticorpi (detti IgE) diretti ad attaccare uno o più allergeni alimentari.

La capacità di produrre questo tipo di anticorpi, definita anche atopia, dipende da un fattore genetico. Le sensibilizzazioni più frequenti sono quelle ad: arachidi, frumento, granchio, prezzemolo, soia, pomodoro, sedano, proteine del latte vaccino, merluzzo, albume d’uovo etc.

Come si fa la diagnosi?

Tramite l’individuazione di IgE nelle feci (la loro presenza nelle feci in assenza di parassitosi intestinale e di emorragia digestiva indica una allergia alimentare);

con il dosaggio plasmatico delle IgE totali, ma soprattutto delle IgE specifiche dirette contro i più frequenti allergeni,

con test cutanei (prick test), che però sfortunatamente danno anche risultati falsi negativi e falsi positivi.

Ai fini diagnostici particolarmente accurata deve essere l’anamnesi cioè l’indagine analitica del medico su tutte le informazioni personali raccolte dal paziente.

A tale proposito si deve ricordare che la familiarità è un fattore di rischio e che a volte insorgono contemporaneamente manifestazioni allergiche extradigestive (esempio orticaria ed eczema) con patologie gastroenteriche (colon irritabile).

La terapia si basa essenzialmente sull’esclusione dalla dieta del o degli alimenti allergizzanti.

Non sempre, però, è possibile individuare tutti gli alimenti verso cui si manifesta l’allergia: in tali casi, oltre alla dieta, è indicato associare l’uso di antistaminici H1 e farmaci antidegranulanti.

Successivamente, iniziando con piccole quantità e sempre sotto copertura farmacologica, si possono reintrodurre gli alimenti allergizzanti, uno alla volta: in tale maniera si realizza una immunoterapia per via digestiva.

Al contrario dell’allergia, l’intolleranza non è riferibile ad un meccanismo immunologico, ma è un fenomeno di reazione ad un alimento che si riproduce ogni volta che se ne viene a contatto. Il meccanismo che ne è alla base è in genere riconducibile ad un alterato assorbimento o metabolismo di alcuni nutrienti, con conseguente accumulo intestinale di sostanze in grado di suscitare reazioni avverse. 

Come conseguenza il quadro clinico è caratterizzato prevalentemente da disturbi intestinali quali diarrea, meteorismo, flatulenza, dolori addominali, sintomi che sono sovrapponibili a quelli di un colon irritabile, dove il ruolo degli alimenti è controverso e non riproducibile, essendo il pasto di per sé un fattore scatenante di sintomi, a prescindere dal tipo di alimento ingerito.

Alla base dell’intolleranza ci sono quindi i seguenti meccanismi patogenetici:

carenza enzimatica (deficit di lattasi) nel caso del lattosio, aumentato carico di zuccheri semplici (fruttosio e sorbitolo per esempio) che superano la capacità assorbitiva dell’intestino o presenza nel cibo di sostanze irritanti come fibre vegetali e zuccheri più complessi (i cosiddetti FODMAP).

L’intolleranza ai carboidrati si può diagnosticare con il Breath test all’idrogeno, che è un’indagine sicura e molto facile da eseguire. Non c’è invece un test specifico per fare diagnosi di intolleranza ai FODMAP, salvo una accurata anamnesi.

La terapia dipende dal tipo di composto considerato. Nel caso di sorbitolo e fruttosio è sufficiente ridurre la quantità giornaliera ingerita. Riguardo al lattosio, non è consigliabile eliminare latte e latticini per il rischio di osteopenia e osteoporosi. Vanno invece preferiti latticini stagionati o delattosati o farmaci che contengono lattasi in presenza di latticini freschi. Nel caso dei FODMAP, dopo una iniziale esclusione dalla dieta dei vari componenti, è prevista una loro graduale reintroduzione nel regime dietetico.

Come è meglio comportarsi se si è affetti da allergie o intolleranze alimentari?

Ecco qualche consiglio pratico:

  • Avere sempre a portata di mano la documentazione dell’allergia;
  • portare sempre con sé farmaci antiallergici;
  • abolire i cibi verso cui è documentata l’intolleranza;
  • seguire un regime di vita sano, regolare, non stressante;
  • evitare grosse fatiche fisiche;
  • non assumere cibi o preparati alimentari contenenti sostanze di cui non si conosce l’esatta preparazione e/o composizione;
  • non consumare alimenti conservati;
  • consumare possibilmente solo alimenti freschi, evitando cibi confezionati, specie se surgelati;
  • non abusare di dolciumi, legumi e fibre vegetali (in caso di dolore e meteorismo).

Non dimentichiamo che bere acqua influenza positivamente il metabolismo aiutando il sistema immunitario. Uliveto, Acqua della Salute, favorisce i processi digestivi, stimola la funzionalità depurativa intestinale ed è una risorsa per il benessere del tuo corpo.

Il trattamento della stipsi cronica funzionale

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La stipsi cronica funzionale consiste nell’incapacità o difficoltà di svuotare con regolarità l’intestino (meno di 2-3 evacuazioni alla settimana).

Evacuazioni molto diradate ed espulsione difficoltosa sono sintomi tipici in caso di stipsi.

Questo disturbo è piuttosto frequente, dal momento che interessa dal 10 al 20% della popolazione mondiale, preferendo il sesso femminile e l’età avanzata.

Tale condizione ha inoltre un forte impatto negativo sulla qualità della vita e può anche comportare conseguenze sulle relazioni sociali e sulla attività lavorativa.

Ma quali sono le cause della stipsi? Le cause della stitichezza possono essere diverse, a cominciare dalla dieta sbilanciata, carente di fibre (frutta e verdura, cereali integrali). Importante anche il ruolo dell’acqua, perché la disidratazione, che si verifica quando non viene garantito il corretto fabbisogno idrico giornaliero, può provocare stipsi.

Le cattive abitudini alimentari hanno una ripercussione anche in questo aspetto della nostra salute, poiché un uso eccessivo di alcol e caffè, ad esempio, non aiutano la regolarità intestinale.

Si annovera tra le cause di questo frequente disturbo anche un’altra cattiva abitudine: la sedentarietà.

Per risolverla può bastare anche molto poco, come andare a piedi in ufficio, evitare di prendere l’ascensore, praticare un’attività fisica, anche leggera, purché costante, come la camminata veloce, che stimola la muscolatura addominale.

Persino l’ansia, la tendenza a trattenere le emozioni, il non ascoltare le “chiamate” dell’intestino, etc. diventano cause meramente fisiologiche.

Per le donne un periodo arduo per la regolarità intestinale è senza dubbio la gravidanza.

Non va infine dimenticato che malattie serie, come il diabete o disturbi della tiroide, – e l’effetto collaterale di alcuni farmaci -possono provocare la stipsi.

Il trattamento iniziale della stitichezza è di facile attuazione e consiste nel correggere le abitudini alimentari e sportive:

  • 4 porzioni di frutta e verdura al giorno;
  • prediligere carni bianche e pesce;
  • carne rossa non più di una volta a settimana;
  • evitare bevande alcoliche.
  • svolgere un’adeguata attività fisica con passeggiate o altra attività aerobica almeno 4 volte alla settimana.

È dimostrato inoltre che una dieta ad alto contenuto di acqua e fibre vegetali rappresenta un rimedio efficace per risolvere la maggior parte delle disfunzioni intestinali che comportano stipsi.

Bere fino a 2 litri di acqua al giorno, in individui che consumano una dieta ricca di fibre, migliora ulteriormente la funzionalità intestinale comportando un aumento della frequenza delle evacuazioni e la riduzione del consumo di lassativi.

A questo proposito è noto che le acque minerali bicarbonato-alcaline, ad aumentato contenuto di solfati, come Uliveto, hanno un impatto favorevole sulla stipsi.

Fibre ed acqua non possono essere considerate la cura per tutti i pazienti.

Se la stitichezza persiste bisogna rivolgersi al gastroenterologo, che dovrà escludere eventuali malattie. Pochi sono gli esami utili in questa condizione. Tra questi il dosaggio degli ormoni tiroidei (un ipotiroidismo può essere associato a stipsi) e la calcemia.

Tra gli esami strumentali la colonscopia risulta indicata nei soggetti di età superiore ai 50 anni o in presenza di altri sintomi di allarme, come la presenza di sangue nelle feci o in caso di familiarità per tumori del colon. Negli altri casi la colonscopia non è necessaria.

Importanza dell’idratazione negli anziani

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Quando si diventa anziani?

Beh su questo una risposta esatta non c’è, poiché la qualità della vita è molto migliorata nel tempo. Una dominante cultura del benessere e i progressi della scienza portano le persone a vivere meglio e più a lungo.

L’innalzamento dell’età media ha quindi determinato anche un innalzamento dell’età per la quale si definisce anziana una persona.

Gli studi scientifici, che si occupano di analizzare i soggetti anziani, considerano una forbice che va dai 65 ai 76 anni.

“Sentirsi vecchi” ed “essere vecchi” sembrano essere due cose distinte, ma nonostante tutto la natura fa il suo corso e detta i suoi tempi.

Quel che ci insegna la natura, infatti, è che con l’avanzare dell’età si assiste ad una ridotta risposta dell’organismo agli stimoli a cui era sempre stato abituato.

Ad esempio gli anziani avvertono molto meno la sete, pertanto rischiano di incorrere nella disidratazione. Ed è di questo che vogliamo scrivere oggi.

Quando si è meno giovani e si sta superando l’età adulta, diventa sempre più difficile idratarsi a sufficienza e con continuità.

Negli anziani, giovani, adulti bere assume i contorni di un’attività complessa, dove sono coinvolti sia fattori fisici che psichici.

Esistono tutta una serie di regole atte a mantenere la giusta idratazione, onde evitare che sempre più frequentemente i pronto soccorso e le corsie di ospedale siano chiamati a confrontarsi con soggetti disidratati.

L’insufficiente mantenimento di una giusta idratazione per via orale rappresenta quindi una problematica sempre attuale, che provoca per prima cosa una riduzione del livello tessutale di sodio: l’ipotermia, di cui è facile accorgersi attraverso sintomi banali e facilmente individuabili.

Parliamo di sottigliezza della pelle, lingua secca, diminuzione del peso corporeo e della quantità giornaliera di urine; a tutto ciò si aggiunge la variazione di alcuni parametri come la riduzione dell’ematocrito e del peso specifico delle urine e al contrario l’aumento dell’azotemia e della creatinina, fattori indicativi dell’insufficienza renale.

Poiché ci stiamo riferendo a soggetti meno responsabili o che sono comunque indotti spontaneamente a non bere a sufficienza, devono essere i familiari o chi se ne prende cura, ad assumersi l’onere del problema (sempre sotto sorveglianza medica).

Per mantenere un corretto equilibrio idrico anche in chi ha raggiunto la terza età, ricordiamo di:

1. Assicurarsi dell’assunzione quotidiana di almeno 1,5/2 litri di acqua, tenendo conto che circa il 20% viene ingerito con gli alimenti.

2. Evitare gli alcolici).

3. Somministrare un’acqua minerale che contenga in quantità ottimale i soluti principali da reintegrare, sodio e calcio, in modo da ottenere il doppio effetto sul bilancio idrosalino.

4. Individuare precocemente segni e parametri di disidratazione.

5. Ricorrere al ricovero ospedaliero in caso di sospetta disidratazione.

Va ricordato inoltre che soggetti anziani vanno incontro alla demineralizzazione ossea (osteoporosi), pertanto è assolutamente necessario introdurre con la dieta il calcio, minerale che mantiene in salute le ossa.

Per questo è importante seguire una corretta alimentazione con cibi ricchi di calcio, come il latte, lo yogurt, alcuni tipi di pesce e verdure.

Senza dimenticare che due litri di acqua Uliveto contengono circa 400 mg di calcio, vale a dire il 50% del valore nutritivo di riferimento, pari a 800 mg al giorno.

Ecco dunque che l’acqua diventa, anche nella terza età, un prezioso alleato di salute e benessere.

Parliamo di reflusso gastro-esofageo: sintomi e prevenzione

Il reflusso gastro-esofageo è causato da un anormale reflusso del contenuto gastrico nell’esofago. Che sia lieve e occasionale oppure persistente e severo, il reflusso incide negativamente nella qualità della vita quotidiana di chi ne soffre.

Questo disturbo provoca conseguenze sia da un punto di vista fisico (malessere), sia da un punto di vista sociale, per il timore di cenare fuori, mangiare o bere con gli amici.

Se non curato, il reflusso gastro-esofageo può diventare un vero e proprio fattore di rischio per lo sviluppo di gravi patologie, perciò è bene tenerlo sotto controllo, sia con abitudini sane, che con il supporto di medici specialisti.

I sintomi più frequenti sono: bruciore, che sale dalla bocca dello stomaco fino alla gola; rigurgito; acidità; eruttazioni ripetute.

Sintomi che ricorrono solitamente dopo i pasti, soprattutto se sono stati abbondanti.

Ci sono anche altri tipi di sintomi, che possono essere più difficilmente riconosciuti, poiché diventa complesso capire l’origine del dolore.

Parliamo di quei casi in cui ad esempio il paziente avverte un forte dolore al petto, al braccio o al collo…tutti segnali che fanno comunemente pensare ad un infarto.

A dimostrare che il “colpevole” è invece il reflusso gastro-esofageo ci pensano gli esami clinici, che rivelano la causa nelle sostanze chimiche, in particolar modo nell’acido contenuto nei succhi gastrici, che irritano i nervi dell’esofago (gli stessi che innervano il cuore causando il dolore al torace).

Il reflusso gastro-esofageo può essere anche causa di disturbi respiratori, singhiozzo continuo, bronchite asmatica, nonché disturbi otorino-laringoiatrici, e persino di perdita dello smalto dentale.

Cosa provoca dunque il reflusso gastro-esofageo?

Ebbene si ha il reflusso quando i succhi gastrici risalgono la parete dell’esofago.

Si tratta di un fenomeno molto diffuso e diventa una malattia solo quando gli episodi sono frequenti e irritativi.

Il corpo umano è notoriamente dotato di meccanismi che lo difendono naturalmente e ciò vale anche in questo caso, infatti l’esofago è posizionato in modo da favorire la forza di gravità.

Quando infatti siamo in posizione eretta la gravità aiuta a respingere in basso il reflusso, neutralizzandone l’acidità. Anche la saliva e la deglutizione lavorano in questa stessa direzione. Purtroppo è durante il riposo notturno che le cose si complicano, poiché il reflusso permane per lungo tempo nell’esofago provocando i danni maggiori, infiammando la mucosa esofagea, fino a provocare (nei casi più gravi) lesioni o ulcerazioni.

Lo stile di vita e una cattiva alimentazione, per quanto non siano causa della malattia, possono accentuare i sintomi e dare complicanze.

Come ben si sa, fumo ed alcool sono dannosi per molti aspetti della nostra salute, non ultimo perché irritano l’esofago e stimolano la secrezione gastrica.
Un’altra “minaccia” è dettata dai cibi ricchi di grassi animali, dalle fritture, dalla caffeina.

Bisogna inoltre preoccuparsi di assumere i cosiddetti “cibi buoni”:
come la frutta (ad eccezione degli agrumi), la verdura, i legumi, l’olio extra vergine di oliva ed il pane integrale.

Occorre inoltre – con l’assistenza professionale di un medico – fare attenzione ai farmaci che si assumono e che potrebbero causare bruciori di stomaco.

Non vanno tralasciate le buone abitudini, che favoriscono il benessere anche dell’esofago. Tanto per cominciare controllare il peso, perché i chili in eccesso possono fare pressione sull’addome, spingendo in alto lo stomaco e causando il reflusso acido.

Quindi regola numero uno: mantenere il peso forma.

Privilegiare alimenti ricchi di fibre e proteine ed evitare cibi piccanti e speziati. Evitare anche aglio, cipolla, agrumi, pomodori, cioccolato, tè e caffè, nonché le bevande gassate e alcolici.

È altresì importante:

  • mangiare poco e spesso;
  • non sdraiarsi subito dopo aver mangiato;
  • dormire con il busto leggermente sollevato;
  • fare attività fisica regolare (mai dopo i pasti);
  • evitare di indossare abiti troppo stretti in vita.

E l’acqua?
L’acqua anche in questo caso svolge un ruolo importante.
Bere molta acqua infatti aiuta a diluire i cibi.

Le acque minerali carbonate vengono generalmente utilizzate nell’ambito di disordini digestivi, poiché è stato osservato che queste acque migliorano gli indici funzionali di svuotamento gastrico, di svuotamento colecistico e i tempi di transito intestinale nei pazienti dispeptici e affetti da stipsi.

Dallo studio “La malattia da reflusso gastro-esofageo (MRGE): terapie convenzionali e non convenzionali” (Unità Operativa di Gastroenterologia ASL Viterbo, Università Cattolica del S. Cuore, Roma) è emersa l’efficacia dell’acqua ad alto contenuto di carbonati – come Acqua Uliveto – nell’attenuare i sintomi legati ad alterata motilità del tratto digestivo superiore.

Calcio, il minerale indispensabile per la crescita

La formazione dello scheletro avviene durante l’infanzia e l’adolescenza, determinando quella che sarà la salute delle ossa per tutta la vita.

Nelle fasi di sviluppo, infatti, le ossa crescono in dimensione e in resistenza, ed è proprio in questo momento che si pongono le basi per la salute dello scheletro, dalla giovinezza alla terza età.

La crescita in altezza di un individuo si conclude in genere alla fine dell’adolescenza, ma le ossa continuano ad accumulare forza e densità fino al cosiddetto “picco di massa ossea”, che avviene poco dopo i 20 anni.

Seguire uno stile di vita sano e alimentarsi correttamente, fino al raggiungimento del picco di massa ossea, aiuta ad accumulare una maggiore quantità di massa ossea e ad assicurarsi una migliore qualità dell’osso per il resto della vita.

La crescita dello scheletro non avviene però in modo costante e regolare durante infanzia e adolescenza.

Ci sono infatti due periodi critici che sono più importanti degli altri.

Il primo va dalla nascita fino ai due anni, quando lo scheletro si accresce in maniera rapidissima; il secondo è quello della pubertà e va approssimativamente dagli 11 ai 14 anni nelle ragazze, e dai 13 ai 17 anni nei ragazzi.

Durante la pubertà, la velocità di accumulazione ossea nella colonna vertebrale e nell’anca aumenta di circa cinque volte!

In questo periodo, le ragazze accumulano una quantità di tessuto osseo che è quasi uguale alla quantità che verrà persa nei 30 anni successivi alla menopausa:

ecco perché è fondamentale che l’osso creato in questo periodo sia particolarmente compatto e robusto!

Si è stimato che un osso sano e ben formato al momento del raggiungimento del picco di massa ossea può ritardare anche di tredici anni la comparsa dell’osteoporosi nella terza età! E questa sembra essere davvero una notizia di fondamentale importanza se pensiamo al benessere dei nostri figli.

Per formare ossa sane è indispensabile fornire all’organismo corrette dosi di calcio attraverso l’alimentazione. Come abbiamo visto il fabbisogno di calcio è dunque particolarmente elevato durante il periodo di rapida crescita degli adolescenti.

il calcio si trova in alcune verdure verdi (bieta, spinaci), nei pesci (come le sardine) e nella frutta a guscio, ma le fonti più abbondanti di calcio restano gli alimenti lattiero-caseari (latte, yogurt, formaggio). Pensate che fino all’80% dell’introito di calcio nei bambini dopo il secondo anno di vita proviene da prodotti lattiero-caseari.

Al giorno d’oggi però i bambini non consumano più latte e latticini a sufficienza, per questioni di moda, di gusto (troppo spesso le bevande zuccherate sostituiscono il latte della colazione) o di salute (nel caso di intolleranza al lattosio).

Un modo per fornire ai più piccoli parte del calcio di cui hanno bisogno è offrire loro acqua calcica, ovvero quell’acqua che contiene più di 150 mg di calcio per litro (il dato è reperibile nell’etichetta).

Il calcio contenuto nell’acqua è infatti altamente assimilabile, il che vuole dire che è immediatamente utilizzabile dall’organismo, e l’acqua calcica, che ne è particolarmente ricca, è considerata un vero e proprio alimento.!

Offrire, al momento dei pasti o per accompagnare la merenda, acqua calcica come Uliveto è un ottimo modo per aiutare le ossa dei nostri figli a crescere sane e robuste.