Consigli utili per mantenere le ossa in salute

Tendiamo a pensare che le ossa siano qualcosa di duro, rigido e immutabile. Un po’ come se fossero delle pietre. Ma non è affatto così! 

Il nostro scheletro è composto da oltre 200 ossa, che devono essere sì rigide per poterci sostenere, ma allo stesso tempo devono anche essere elastiche, per poter assorbire gli urti e assecondare i movimenti senza frantumarsi. Il tessuto che le compone è un tessuto vivo, che continua a formarsi per tutto il corso della vita. 

Di cosa sono composte le ossa?

In gran parte di calcio, infatti il cristallo che le compone si chiama idrossiapatite ed è un minerale nella cui composizione chimica il calcio è il costituente principale. Si pensi che di tutto il calcio contenuto nell’organismo, il 99% si trova nelle ossa e nei denti. 

Il calcio è assorbito a livello dell’intestino grazie all’azione degli ormoni calcio-fosfo-tropi. Questi hanno appunto il ruolo di controllare l’assorbimento intestinale del calcio e del fosforo, così come la loro distribuzione nell’organismo e la loro eliminazione a livello renale. 

Calcio e fosforo devono essere introdotti quotidianamente in quantità sufficiente attraverso la dieta. Se ciò è facile per quanto riguarda il fosforo, che è molto comune negli alimenti di uso quotidiano, lo stesso non accade per il calcio, che abbonda solo in pochi alimenti di cui l’uomo si nutre. 

Due tipi diversi di cellule hanno il compito di formare e salvaguardare la salute del tessuto osseo: 

gli osteoclasti e gli osteoblasti. I primi, gli osteoclasti, hanno la funzione di riassorbire l’osso deteriorato (perché troppo invecchiato, o perché danneggiato). Dopo che gli osteoblasti hanno riassorbito l’osso rovinato, entrano in funzione gli osteoclasti, che ricostituiscono la materia ossea, formando il nuovo osso necessario. Questo delicato processo avviene ogni giorno della nostra vita ed è alla base dell’accrescimento delle ossa e del loro mantenimento in salute.

Le nostre ossa vanno prima formandosi e quindi progressivamente ingrandendosi e irrobustendosi. Una volta raggiunto il picco di massa ossea (ossia il momento in cui lo scheletro ha raggiunto il punto di massima forza, robustezza e densità del proprio potenziale genetico), per alcuni anni lo scheletro si mantiene in equilibrio. 

Che cos’è l’osteoporosi?

È una patologia che si presenta quando l’osso si indebolisce, diventando eccessivamente poroso: proprio da “osso poroso” prende il nome la condizione di osteoporosi. 

L’osso osteoporotico è estremamente indebolito e fragile, tanto che possono verificarsi fratture anche per urti di minore importanza. 

È innegabile che le donne in menopausa siano le più soggette a rischio di osteoporosi: la maggior parte delle fratture si verifica infatti nelle donne dopo i 65 anni di età. 

Tuttavia, è bene segnalare che nel mondo circa un uomo su cinque con più di 50 anni riporta una frattura ossea a causa dell’osteoporosi.

Intorno ai 70 anni gli uomini e le donne perdono massa ossea alla stessa velocità e l’assorbimento intestinale di calcio diminuisce allo stesso modo in entrambi i sessi. 

Cosa si può fare per contrastare il rischio di osteoporosi?

La risposta è racchiusa in due parole: vita sana.

Le principali fonti di calcio nella dieta mediterranea sono i latticini, ma esistono anche vegetali ricchi di calcio.

È bene ricordare che anche l’acqua può contenere questo prezioso minerale! Acqua Uliveto rappresenta infatti un’ottima fonte di calcio facilmente assorbibile a livello intestinale (ovvero immediatamente biodisponibile) e, in quanto acqua, è priva di calorie. Assumere calcio dall’acqua minerale è inoltre utilissimo per chi non riesce ad assumerlo con la dieta, come nel caso di persone intolleranti al lattosio e nei vegani, che scelgono di non consumare alimenti di origine animale. 

Con i suoi circa 200 milligrammi per litro, altamente assimilabili, Uliveto può dunque contribuire al raggiungimento della quota giornaliera di calcio raccomandata per fornire protezione alle ossa in ogni età. 

“Helicobacter Pylori” chi è questo sconosciuto?

Facciamo le presentazioni: “Helicobacter Pylori” è un batterio che trova habitat naturale nel muco gastrico dello stomaco. Deve il nome alla sua caratteristica forma ad elica, mentre “pylori” si riferisce al tratto terminale dello stomaco (piloro), che lo unisce all’intestino tenue, luogo dove avviene per l’appunto l’infezione del batterio.

La capacità di questo batterio di resistere all’acido e penetrare nella mucosa dello stomaco è legata alla produzione di un enzima, l’ureasi, attraverso cui neutralizza l’acido prodotto nell’ambiente gastrico. Qui facilita l’infiammazione (gastrite) e l’erosione della mucosa gastrica (ulcera), arrivando a determinare gastriti, ulcere o infiammazioni varie nello stomaco.

In pratica riesce a vivere in un ambiente estremamente acido sfuggendo all’azione distruttiva dei succhi gastrici!

Come e perché avviene il contagio da Helicobacter?

L’infezione è molto comune in tutto il mondo e colpisce in particolare l’età medio-avanzata. Tuttavia, in alcune aree geografiche, in condizioni di scarsa igiene ambientale, può colpire anche individui molto giovani.

L’Helicobacter Pylori è presente nelle feci, nella saliva e sulla placca dentale e può essere trasmesso da un soggetto all’altro, con trasmissione oro-fecale, in particolare se le condizioni igieniche non sono ottimali.

Le infezioni tendono a verificarsi nell’ambito familiare ed in soggetti che vivono in comunità chiuse o strutture di assistenza. L’infezione è in grado di produrre anticorpi che possono essere dosati, ma non determinano una immunità permanente. Infatti, anche dopo la guarigione dell’infezione si può andare incontro a una re-infezione.

La presenza del batterio Helicobacter Pylori è stata con chiarezza associata alla presenza di gastriti acute e croniche e ulcere gastriche e duodenali.

Nel 2005 i ricercatori Marshall e Warren sono stati insigniti del premio Nobel per la Medicina proprio grazie alla scoperta dell’Helicobacter Pylori e al suo rapporto con le patologie gastro-duodenali. Si stima infatti che circa il 90% delle ulcere duodenali e l’80% di quelle gastriche siano di origine infettiva.

Allo stesso tempo l’Helicobacter Pylori è stato considerato un fattore di rischio primario per carcinoma gastrico. Seppure in casi relativamente rari, attraverso un danno cronico della mucosa gastrica, che può portare alla atrofia delle ghiandole dello stomaco, si possono creare delle condizioni favorenti la progressione verso un tumore, attraverso lesioni microscopiche definite metaplasia e displasia.

Oltre a queste lesioni la infezione da Helicobacter può essere associata alla cosiddetta dispepsia funzionale, cioè una condizione di difficoltà digestiva o dolore alla bocca dello stomaco in assenza di lesioni evidenti o di ulcere.

Quali sono i sintomi di infezione da Hlicobacter Pylori?

Nella maggior parte dei casi si tratta di un’infezione del tutto asintomatica oppure con sintomi quasi impercettibili. Qualora il processo infiammatorio gastrico diventi intenso si possono avere sintomi come:

  • bruciore addominale, che peggiora a stomaco vuoto
  • dolore addominale
  • nausea e vomito
  • diarrea
  • inappetenza
  • eruttazione frequente
  • gonfiore
  • inspiegabile perdita di peso
  • fame al mattino
  • alitosi

Quali sono gli strumenti diagnostici?

Questa infezione può essere dimostrata con test indiretti come il test al respiro all’ureasi (breath test); l’analisi delle feci, che permette di valutare la presenza degli antigeni del batterio in un campione di feci; oppure con le analisi del sangue, da cui potrebbe essere rilevata la presenza di anticorpi contro l’Helicobacter Pylori.

Per dimostrare la presenza di lesioni gastriche e/o duodenali può essere indicata, soprattutto dopo i 50 anni, una gastroscopia, durante la quale si possono eseguire biopsie della mucosa gastrica e riscontrare sia la presenza diretta del batterio, che quella delle lesioni microscopiche già indicate, come gastrite atrofica, metaplasia o displasia. 

Terapia e cure.

La terapia dell’infezione è definita terapia eradicante ed è composta da farmaci antisecretori gastrici, associati ad antibiotici. A causa di una crescente presenza di resistenze batteriche, i protocolli più recenti prevedono una combinazione di antibiotici differente e più complessa ed un tempo di terapia più prolungato.

La terapia classica di gastrite e ulcera inizialmente basata su farmaci antistaminici antiH2 è stata più recentemente caratterizzata dai cosiddetti inibitori della pompa protonica, che sono potenti antisecretori acidi con la capacità di cicatrizzare rapidamente le ulcere, risolvendo con altrettanta velocità la sintomatologia. Grazie a questa classe di farmaci il ricorso all’intervento chirurgico, così frequente in passato, è stato pressoché abbandonato.

Consigli alimentari.

In affiancamento alla terapia medica, in presenza di gastrite o ulcera, è importante adottare un corretto stile di vita, evitare abusi alimentari, introdurre un’adeguata quantità di liquidi – in particolare acque bicarbonato calciche – evitare fumo e alcool, limitare l’uso di farmaci antinfiammatori.

È consigliabile masticare lentamente gli alimenti per favorire la digestione e non mangiare troppo, perché l’eccesso di cibo stimola la produzione di succhi gastrici. Allo stesso tempo occorre fare attenzione a non saltare i pasti, perché, in tal caso, lo stomaco è portato a secernere acidi che non possono essere assorbiti in assenza di cibo.

Attenzione agli alimenti grassi, ma anche ad alcool e cioccolata, che tendono a far refluire i succhi gastrici, mentre gli alimenti troppo caldi o troppo freddi e i cibi salati tendono a creare un surplus di secrezione gastrica. Infine, meglio cucinare con metodi di cottura leggeri (vapore, in padella con cotture brevi, griglia).

Acqua Uliveto, in quanto bicarbonato-alcalino-calcica e ricca di solfati, riesce a mantenere in equilibrio gli acidi gastrici, soprattutto durante la digestione, in cui stimola la circolazione sanguigna della parete gastrica aumentando l’afflusso di sangue nello stomaco, consentendo così la naturale produzione di succhi digestivi.

Quali sono le epatiti da virus?

L’epatite è una condizione di infiammazione acuta o cronica a carico delle cellule e del tessuto epatico. Si riconoscono diverse cause di epatite, a cominciare dall’abuso di alcool, farmaci epatotossici, malattie autoimmunitarie. D’altra parte, le cause più conosciute e frequenti di epatite vanno attribuite ad infezioni virali.

Le epatiti virali più note sono l’epatite A, l’epatite B e l’epatite C.

Vediamole una ad una.

L’epatite virale A comporta un’infiammazione acuta del fegato con ittero (colorito giallo della pelle), stanchezza profonda, nausea e inappetenza. 

La trasmissione di questa infezione avviene attraverso la cosiddetta via oro-fecale, cioè attraverso alimenti contaminati e richiede un periodo di 3-8 settimane di incubazione prima di manifestarsi. In alcuni casi, in particolare in età pediatrica, l’infezione può avvenire in modo del tutto asintomatico. 

L’epatite A è destinata a guarire spontaneamente e non comporta rischi di infezioni croniche.

L’epatite B può avere manifestazioni cliniche simili a quelle della epatite A, ma ha il potenziale di diventare un’infezione cronica nel 5-10% dei casi. Si parla in questo caso di epatite cronica B, che a sua volta può portare ad una cirrosi epatica con compromissione della funzione del fegato e l’impossibilità di ottenere una guarigione. 

Il virus B inoltre è un potenziale elemento carcinogeno ed è possibile, seppur raramente, arrivare alla presenza di un tumore epatico. La trasmissione dell’infezione avviene attraverso il sangue, rapporti sessuali o strumenti infetti.

Ad un’infezione da virus B può anche associarsi un’infezione da virus D, o delta, che ha simili modalità di trasmissione. Si tratta di un virus difettivo, che ha bisogno del virus B per attaccare le cellule epatiche, arrivando a causare quadri di infiammazione anche seri.

L’epatite C ha un quadro clinico e modalità di infezione simili al virus B, ma tende a cronicizzarsi nella grande maggioranza dei casi. È quindi intuibile l’impatto maggiore che può avere questa infezione sui casi di cirrosi epatica e tumore epatico. 

Come per il virus B, la trasmissione dell’infezione avviene attraverso il sangue, rapporti sessuali o strumenti infetti. 

In passato le trasfusioni di sangue hanno rappresentato un veicolo importante di trasmissione, in particolare per il virus C, rischio che attualmente risulta pressoché assente grazie alle misure di controllo delle sacche per trasfusione.

Esiste infine anche l’epatite E, con trasmissione per via oro-fecale, endemica in America centrale e in alcune regioni dell’Asia, capace di dare infezioni acute, ma anche croniche in pazienti debilitati, con decorso più grave in gravidanza.

In casi per fortuna molto rari un’epatite acuta, a prescindere dal virus in questione, può dare delle forme cosiddette “fulminanti”, che richiedono terapie rianimatorie e quando possibile un immediato trapianto di fegato, essendo gravate da un alto rischio di mortalità.

La diagnosi di epatite viene sospettata dai sintomi e confermata dal forte incremento delle transaminasi. 

Per ognuna delle infezioni virali abbiamo a disposizione esami ematici specifici, che confermano il tipo di infezione e testimoniano la capacità replicativa dei virus, in particolare B e C. 

L’ecografia addome completa la diagnosi ed è utile anche nelle complicanze. 

Come si gestiscono e curano le epatiti virali?

La campagna di vaccinazione obbligatoria per il virus B porterà ad una progressiva eliminazione del virus dallo scenario epidemiologico. 

Per i casi attualmente presenti, sono disponibili farmaci antivirali che possono tenere sotto controllo l’infezione. In presenza di cirrosi, ed in alcuni casi di tumore epatico, solo un trapianto del fegato può essere la soluzione terapeutica, anche se non sempre fattibile.

Nel caso dell’infezione da virus C, dove non è disponibile un vaccino, recenti protocolli terapeutici, a base di nuovi antivirali, hanno mostrato una efficacia tale da far prevedere un forte ridimensionamento di questa infezione nei prossimi anni in tutto il mondo. 

L’epatite A ed E invece non necessitano di specifici trattamenti, perché in genere sono auto-limitanti, tranne in pazienti immunodepressi, in presenza di epatite E.

La prevenzione dell’infezione di virus B e C deve avvenire attraverso misure igieniche ottimali, utilizzando comportamenti, strumenti terapeutici o sistemi di protezione adeguati. 

Il controllo di alimenti potenzialmente contaminati è utile nella prevenzione delle infezioni A ed E.

L’assunzione regolare di acqua Uliveto influenza favorevolmente tutte le funzioni dell’apparato gastrointestinale. In particolare, un’acqua bicarbonato-alcalino-solfato-calcica, come acqua Uliveto, migliora la funzionalità del fegato stimolando il metabolismo epatico quando alterato. 

In conclusione, un’acqua che favorisce la digestione e l’assimilazione dei cibi ingeriti così come una migliore funzionalità depurativa intestinale ed epatica contribuisce al mantenimento fisiologico dello stato di salute, aiutando a correggere eventuali stati di alterazione del nostro metabolismo.

Ulcera gastrica e duodenale: colpa di farmaci e stile di vita sbagliati?

L’ulcera, gastrica e duodenale, è una condizione dovuta ad una ferita (superficiale o profonda) della mucosa di stomaco o duodeno, che si espone così all’acido prodotto dallo stomaco. 

Si calcola che circa il 5-10% della popolazione mondiale abbia sofferto almeno una volta nella vita questa manifestazione, con maggiore prevalenza nei soggetti anziani e nel sesso maschile. Gli uomini infatti, sono colpiti più frequentemente delle donne, con un rapporto di 3:1.

Sebbene negli ultimi 30 anni l’incidenza dell’ulcera gastrica e duodenale sia andata riducendosi, ci si chiede che cosa la provochi e come vada trattata.

Soprattutto in passato, i fattori predisponenti all’insorgenza dell’ulcera venivano identificati nella dieta. Infatti l’ulcera sembra favorita dalla riduzione delle proteine, dall’aumento degli zuccheri e dalla riduzione della fibra alimentare; nell’uso di alcol, caffè e nell’abitudine al fumo. 

Tuttavia, l’azione degli acidi gastrici è stato sempre considerato l’unico meccanismo capace di provocare un danno diretto sulla mucosa gastrica e duodenale.

La scoperta, a partire dalla metà degli anni ’80, di un germe nella mucosa gastrica (l’Helicobacter Pylori) nella maggior parte dei pazienti con ulcera gastrica e con ulcera duodenale, ha cambiato completamente la storia di questa malattia per la diagnosi, per il trattamento e per la prevenzione delle recidive.

Nel caso di ulcera provocata da questo batterio, è importante tenere presente che anche dopo la guarigione, qualora l’infezione fosse ancora presente, il rischio di avere ricadute risulta molto alto.

L’altra rilevante causa di ulcere gastriche e duodenali è rappresentata dai farmaci antiinfiammatori (FANS) ed è un problema particolarmente attuale, dato l’aumento della età media della popolazione e la frequente presenza di problemi osteoarticolari nell’età avanzata. 

I farmaci antiinfiammatori, infatti, possono causare sia un danno diretto della mucosa, che un indebolimento dei suoi meccanismi di difesa.

Quali sono i sintomi che segnalano la presenza di un’ulcera in corso?

In primis il dolore localizzato nei quadranti addominali superiori e talvolta bruciori, nausea e vomito. La presenza di vomito con sangue o di feci nere segnala quella che può essere la principale complicanza e cioè l’emorragia digestiva. 

È invece molto più raro, grazie a potenti mezzi terapeutici che oggi sono a disposizione, che le ulcere si perforino con conseguente peritonite.

Diagnosticare un’ulcera gastrica o duodenale è oggi relativamente facile, avendo a diposizione la gastro-duodenoscopia con immagini ad alta risoluzione. 

A differenza dell’ulcera duodenale, che non presenza particolari rischi, l’ulcera gastrica richiede l’esecuzione di biopsie gastriche per escludere una degenerazione neoplastica. 

La diagnosi va poi completata con la valutazione della possibile infezione da Helicobacter pylori, attraverso una biopsia della mucosa o con un test del respiro specifico.

E la terapia? 

Attualmente ci si avvale degli inibitori della pompa protonica, che hanno lo scopo di inibire la secrezione acida gastrica e cicatrizzare rapidamente le ulcere. 

Risultano invece poco utili i cosiddetti antiacidi, che non sarebbero risolutivi nel lungo periodo se non si attuasse contemporaneamente una terapia mirata a combattere l’infezione da Helicobacter con un protocollo antibiotico. 

Varie osservazioni negli anni hanno consolidato il concetto che non è necessario consigliare un particolare schema dietetico, ma può essere utile consigliare l’esclusione di alimenti stimolanti, irritanti e acidificanti. 

Gli specialisti consigliano di mangiare spesso e poco pasti leggeri. I regimi dietetici devono essere blandamente ipocalorici e se protratti, per evitare le carenze nutrizionali, si devono usare gli integratori dietetici. Resta buona norma limitare lo stress, abolire il fumo, assumere alcoolici in modo moderato, evitare farmaci potenzialmente nocivi e introdurre un’adeguata quantità di acqua.

L’Acqua Uliveto, per il suo peculiare contenuto in minerali (in particolare ioni alcalini, bicarbonato e calcio), in equilibrio dinamico con la sua naturale microeffervescenza, è in grado di contribuire a migliorare molte condizioni di alterata funzionalità gastrica-duodenale. 

Attraverso numerosi studi scientifici è stato osservato come Uliveto, mediante l’interazione dei suoi ioni nella mucosa gastrica, favorisca un’azione normalizzatrice della secrezione gastrica e di protezione delle pareti dello stomaco. 

Che cos’è la calcolosi biliare

Sentire parlare di calcolosi biliare alla cistifellea può spaventare, ma nella maggior parte dei casi si tratta di una condizione molto comune e gestibile. In questo articolo vediamo cos’è la calcolosi biliare e come si formano i calcoli, quali sono le cause e i fattori di rischio, come riconoscere i sintomi (a partire dalla colica biliare), quando è necessaria la chirurgia e quale alimentazione seguire a tavola per ridurre il rischio di coliche.

Indice

  • Cos’è la calcolosi biliare e come si formano i calcoli
  • Calcoli alla bile: le cause principali e i fattori di rischio
  • Sintomi della calcolosi biliare e dove si localizza il dolore
  • Calcolo biliare: cosa fare e come si diagnostica
  • Calcolo biliare: come si cura e le opzioni terapeutiche
  • Operazione e rimozione del calcolo biliare: quando serve la chirurgia
  • Calcolosi biliare e dieta: l’alimentazione corretta
  • I benefici di Acqua Uliveto
  • FAQ

Cos’è la calcolosi biliare e come si formano i calcoli

La colecisti (o cistifellea) è un piccolo organo a forma di sacchetto, situato sotto il fegato, che funge da serbatoio per la bile prodotta dal fegato stesso: la raccoglie, la concentra e la rilascia nell’intestino quando arrivano i grassi da digerire.

I calcoli biliari (o calcoli alla colecisti ) sono formazioni solide, di dimensioni microscopiche o anche di alcuni centimetri, che si sviluppano quando la bile ristagna o diventa troppo concentrata: il colesterolo in eccesso o i pigmenti biliari (bilirubina) cristallizzano e si aggregano tra loro.

La calcolosi delle vie biliari è una delle condizioni più diffuse nel mondo occidentale, più frequente nelle donne, ed è caratterizzata proprio dalla presenza di uno o più calcoli nella colecisti e/o nelle vie biliari. In base alla loro composizione, i calcoli si distinguono in tre tipi principali:

  • quelli di colesterolo (i più frequenti, oltre l’85% dei casi nei paesi occidentali),
  • quelli pigmentati (composti da bilirubinato di calcio, associati per esempio a epatopatie o emolisi cronica)
  • quelli misti.

Calcoli alla bile: le cause principali e i fattori di rischio

La formazione dei calcoli dipende dall’interazione di più fattori, che alterano l’equilibrio chimico della bile o la capacità della colecisti di svuotarsi correttamente. I principali sono:

  • Sovrappeso e obesità: aumentano la secrezione di colesterolo nella bile, favorendone la sovrasaturazione.
  • Genere femminile ed estro-progestinici: gli estrogeni favoriscono la saturazione della bile di colesterolo, motivo per cui la condizione è più frequente nelle donne.
  • Diete drastiche, digiuno prolungato o rapido calo di peso: rallentano lo svuotamento della colecisti, favorendo il ristagno della bile.
  • Alimentazione ipercalorica, ricca di grassi saturi e zuccheri raffinati: contribuisce nel tempo alla sovrasaturazione biliare di colesterolo.
  • Familiarità, sedentarietà ed età avanzata: sono ulteriori fattori di rischio riconosciuti.

Sintomi della calcolosi biliare e dove si localizza il dolore

Un dato importante, spesso sottovalutato, è che nella stragrande maggioranza dei casi (circa l’80%) la calcolosi biliare è del tutto asintomatica: il calcolo è presente ma non dà alcun disturbo, e in questi casi non è necessario alcun trattamento. Quando invece compaiono i sintomi, il quadro clinico segue un andamento piuttosto riconoscibile.

La colica biliare e le manifestazioni acute

Il sintomo principale è la colica biliare: un dolore acuto e improvviso, che insorge quando un calcolo ostacola temporaneamente il passaggio della bile.

Si localizza tipicamente nella parte superiore destra dell’addome o all’epigastrio, e può irradiarsi alla schiena e alla spalla destra. Insorge spesso dopo pasti abbondanti o ricchi di grassi, perché sono proprio questi a stimolare la colecisti a contrarsi con forza per rilasciare la bile.

Sintomi digestivi e segnali secondari

Alla colica possono associarsi: nausea, vomito, eruttazioni e una sensazione di pesantezza dopo i pasti. La comparsa di febbre con brividi e di ittero (colorazione giallastra di pelle e sclere oculari) è invece un segnale più serio, che indica una possibile ostruzione dei dotti biliari o una complicanza: in questi casi è necessario rivolgersi tempestivamente a un medico.

Calcolo biliare: cosa fare e come si diagnostica

In presenza di dolore o del sospetto di calcoli biliari, il primo passo è sempre rivolgersi al medico, evitando l’automedicazione. La diagnosi si basa principalmente sull’ecografia addominale, esame non invasivo considerato il gold standard per la sua accuratezza nell’individuare i calcoli.

In alcuni casi il medico può richiedere anche esami del sangue, per valutare eventuali segni di colestasi (ostruzione del flusso biliare) e la funzionalità epatica.

Calcolo biliare: come si cura e le opzioni terapeutiche

A seconda delle cause e dei sintomi gli approcci terapeutici possono variare.

È possibile espellere un calcolo biliare in modo naturale?

No: a differenza di quanto si legge talvolta online, un calcolo biliare non si espelle facilmente come invece può accadere in alcuni casi per i calcoli renali di piccole dimensioni. Il passaggio forzato di un calcolo attraverso il dotto coledoco può anzi causare complicanze anche gravi, come la pancreatite acuta o la colangite (infezione delle vie biliari): per questo i rimedi “fai da te” per sciogliere o espellere i calcoli non sono raccomandati e vanno evitati.

Terapia medica e farmacologica

In casi selezionati, e solo su indicazione medica, si può ricorrere a farmaci a base di acidi biliari come l’acido ursodesossicolico, utili per tentare di dissolvere piccoli calcoli di colesterolo (generalmente sotto il centimetro), radiotrasparenti, in una colecisti ancora funzionante.

Si tratta però di un’opzione con efficacia limitata sui calcoli più grandi e con un tasso di recidiva importante (circa il 50% entro 5 anni dalla sospensione). Il dolore della colica viene invece gestito con antispastici o antinfiammatori (FANS), sempre su prescrizione medica.

Operazione e rimozione del calcolo biliare: quando serve la chirurgia

In presenza di coliche ricorrenti o di complicanze, l’unica cura realmente definitiva è la colecistectomia, cioè la rimozione chirurgica dell’intera colecisti (non del singolo calcolo, che tenderebbe comunque a riformarsi).

Oggi l’intervento si esegue quasi sempre per via laparoscopica, una tecnica mininvasiva che utilizza piccole incisioni, con tempi di recupero brevi (la dimissione avviene generalmente entro le prime 24 ore) e cicatrici minime; la tecnica tradizionale “a cielo aperto” resta riservata a casi selezionati o urgenti.

È importante rassicurare su un punto: si può vivere perfettamente senza colecisti. Dopo l’intervento la bile prodotta dal fegato raggiunge comunque l’intestino, solo in modo continuo anziché regolato dalla colecisti; l’unica accortezza riguarda le prime 2-3 settimane, in cui è bene seguire un’alimentazione leggera evitando cibi grassi e uova.

Calcolosi biliare e dieta: l’alimentazione corretta

L’alimentazione gioca un ruolo fondamentale: da un lato aiuta a prevenire la contrazione troppo brusca della colecisti (che può scatenare una colica), dall’altro riduce nel tempo la formazione di nuovi cristalli di colesterolo.

Cibi consigliati per la salute della cistifellea

È consigliabile seguire una dieta leggera e varia che includa:

  • cereali integrali, legumi (se ben tollerati)
  • carni magre (come pollo e tacchino)
  • pesce magro (merluzzo, sogliola)
  • verdure cotte
  • frutta di stagione
  • olio extravergine d’oliva utilizzato a crudo sono le scelte più indicate per non affaticare la colecisti.

Cibi da evitare per prevenire la colica

È invece meglio limitare quegli alimenti che richiedono un lavoro biliare intenso e possono favorire l’insorgenza di una colica:

  • fritture, insaccati
  • carni rosse grasse
  • formaggi stagionati
  • burro
  • maionese
  • dolci a base di panna
  • alcolici e bevande troppo zuccherate

Alimentazione con la calcolosi biliare: tabella riassuntiva

Ecco una sintesi pratica degli alimenti da privilegiare e di quelli da limitare; per un approfondimento completo si può consultare anche l’articolo dedicato alla dieta per calcolosi biliare.

Categoria alimentare
Alimenti consigliati
Alimenti da evitare
Carboidrati
Pane, pasta e riso integrali, patate lesse
Focacce, prodotti da forno industriali ricchi di grassi
Proteine
Pollo, tacchino, vitello magro, merluzzo, sogliola
Carni rosse grasse, maiale, insaccati, salumi, frutti di mare
Latticini
Ricotta magra, fiocchi di latte light
Formaggi stagionati, fermentati, mascarpone, panna
Grassi e condimenti
Olio EVO a crudo, in dosi moderate
Burro cotto, strutto, maionese, salse pronte, fritti
Bevande
Acqua minerale, infusi leggeri, spremute
Alcolici, superalcolici, bevande gassate o troppo zuccherate

Quale acqua bere con i calcoli alla bile?

L’acqua è un’alleata importante: una corretta idratazione aiuta a mantenere la bile più fluida, contrastando i processi di concentrazione e cristallizzazione del colesterolo che favoriscono la formazione dei calcoli.

Acqua Uliveto, grazie alla sua composizione di sali minerali bicarbonato-calcici e al buon tenore di solfati, svolge un’azione colagoga e coleretica: stimola cioè il fisiologico deflusso e la produzione della bile, contribuendo così a creare condizioni sfavorevoli al ristagno biliare e alla formazione o all’aumento di volume dei calcoli. Per questo berne almeno 2lt al giorno si inserisce bene in un corretto regime alimentare per chi soffre di problemi alle vie biliari.

FAQ

Il caffè fa bene o male a chi ha i calcoli biliari?

Diversi studi, incluse revisioni sistematiche con metanalisi, associano un consumo regolare e moderato di caffè a un rischio ridotto di sviluppare calcoli sintomatici, probabilmente perché stimola la contrazione della colecisti e il flusso biliare. Si tratta però di dati di prevenzione nella popolazione generale: se i calcoli sono già presenti e sintomatici, è comunque prudente confrontarsi con il proprio medico.

Si possono mangiare le uova con la calcolosi biliare?

Le uova sono un alimento grasso che può stimolare una contrazione intensa della colecisti: in soggetti predisposti, soprattutto in presenza di calcoli già noti, questo può favorire l’insorgenza di una colica. Non sono vietate in assoluto, ma è opportuno consumarle con moderazione e osservare la propria tolleranza individuale, evitando comunque preparazioni fritte o molto elaborate.

Dopo l’operazione di rimozione della cistifellea bisogna seguire la dieta per sempre?

No: l’attenzione alimentare (evitare cibi grassi e uova) serve solo nelle prime 2-3 settimane dopo l’intervento. Superata questa fase, la maggior parte delle persone torna a un’alimentazione normale, mantenendo naturalmente le buone abitudini utili per il fegato e la digestione in generale.

Qual è la differenza tra calcoli renali e calcoli biliari?

Si formano in organi diversi e per cause diverse: i calcoli renali si sviluppano nel rene o nelle vie urinarie, soprattutto da ossalato o acido urico, e danno un dolore al fianco che si irradia verso l’inguine; i calcoli biliari si formano nella colecisti, soprattutto da colesterolo, e danno un dolore all’addome superiore destro che si irradia alla schiena o alla spalla.

Si può vivere senza cistifellea dopo l’operazione?

Sì, perfettamente: la colecisti è utile ma non indispensabile per la digestione. Dopo la colecistectomia la bile prodotta dal fegato arriva comunque nell’intestino, in modo continuo anziché regolato da un serbatoio, e la maggior parte delle persone non nota differenze significative nella vita quotidiana.

Qual è la differenza tra colica e calcolo?

Il calcolo è semplicemente la presenza di una o più “pietre” nella colecisti, spesso silente (circa l’80% dei casi non dà alcun sintomo). La colica biliare è invece l’evento acuto e doloroso che si manifesta quando quel calcolo ostacola temporaneamente il passaggio della bile.

I calcoli alla bile si vedono con le analisi del sangue?

No: le analisi del sangue non permettono di visualizzare direttamente i calcoli, compito che spetta all’ecografia addominale. Gli esami del sangue (come bilirubina, transaminasi e fosfatasi alcalina) sono comunque utili per capire se è in corso una complicanza, come un’ostruzione delle vie biliari.

Perché le coliche biliari avvengono spesso di notte?

Le coliche compaiono spesso dopo i pasti principali, in particolare quelli serali e più ricchi di grassi, perché è proprio l’arrivo dei grassi nell’intestino a stimolare la colecisti a contrarsi con forza per rilasciare la bile. Il dolore può quindi manifestarsi con qualche ora di ritardo rispetto al pasto, spesso proprio durante la notte o le prime ore del mattino.

Fonti & Apprfondimenti

 

Cos’è la steatosi epatica?

La steatosi epatica è una condizione caratterizzata dall’accumulo di grassi (soprattutto trigliceridi) nelle cellule del fegato. Qual è la soglia di allerta?

Diciamo che qualora l’accumulo di grassi superasse il 5-10% del peso del fegato si potrebbe parlare di steatosi epatica.

Questa patologia colpisce prevalentemente la fascia di età che va dai 40 ai 60 anni, ma sempre più spesso vengono segnalati casi in età infantile e giovanile.

Le cause di un fegato grasso possono essere diverse, legate a cattive abitudini alimentari o a vere e proprie patologie, che tendono a favorire questa condizione.

Una dieta ipercalorica, con eccesso di grassi e conseguente sovrappeso, sono spesso all’origine del problema. Altrettanto nocivo è l’uso prolungato ed eccessivo di alcoolici, che procurano un danno cronico al fegato.

Sono spesso associate alla steatosi del fegato patologie e condizioni come: obesità, diabete, dislipidemie con incremento di colesterolo e trigliceridi, non ché l’uso cronico di alcuni farmaci.

Nella maggior parte dei casi la steatosi epatica non dà sintomi o disturbi soggettivi. Tuttavia in circa il 10% dei casi può cominciare a svilupparsi un’infiammazione, che si chiama steatoepatite. 

Si distingue la steatoepatite alcolica da quella non alcolica.

Come si diagnostica la steaotosi epatica? 

Di per sé può essere priva di alterazioni significative nelle analisi ematiche di laboratorio, al limite può prevedere un lieve incremento di transaminasi. Il riscontro nelle analisi di laboratorio diventa invece più evidente in caso di statoepatite.

Tuttavia già l’ecografia dell’addome può indicare la presenza di una steatosi epatica con aspetti tipici, come la ipercegenicità, il cosiddetto “fegato brillante”. Inoltre l’ecografia può fornire informazioni sulla localizzazione o estensione all’interno del fegato.

In casi particolari, nel sospetto di complicanze più serie, si può trovare un riscontro anche nella TAC o nella risonanza magnetica del fegato.

Per ottenere un quadro istologico, utile per la diagnosi differenziale, ma soprattutto per stabilire gravità e prognosi della steatosi, si rende talvolta necessario fare una biopsia epatica.

Sottolineiamo l’importanza di prevenire la steatosi epatica attraverso alcuni comportamenti virtuosi:

  • assumere moderatamente alcolici, soprattutto evitando i superalcolici
  • seguire una dieta ricca di fibre e povera di grassi 
  • bere almeno 1,5lt di acqua al giorno per garantire all’organismo una corretta idratazione 
  • praticare regolare attività fisica.

Questo anche perché non esiste una cura specifica della steatosi o farmaci che con efficacia possano far regredire questa patologia. 

Pertanto, i provvedimenti terapeutici sono realisticamente rivolti alla riduzione del peso corporeo attraverso l’attività fisica e con una corretta idratazione e alimentazione, la quale prevede la riduzione di grassi alimentari e l’abolizione assoluta di qualsiasi tipo di alcolici.

Altrettando importante è la gestione ottimale della malattia diabetica e l’esclusione di eventuali farmaci implicati.

Uliveto grazie alla sua composizione unica di preziosi minerali, quali bicarbonati, calcio, magnesio e solfati favorisce la buona funzione epatica. 

In particolare sono i solfati, di cui Uliveto è naturalmente ricca, che agiscono sulle cellule del fegato, aiutandole nella loro produzione e nella loro secrezione biliare. 

Proprio i sali biliari infatti esercitano un’azione protettiva e stimolante del metabolismo epatico, che agisce sull’eliminazione del colesterolo, dannoso per il nostro organismo. 

L’azione alcalinizzante dei bicarbonati e del calcio presenti in Uliveto agiscono invece sullo stomaco favorendone il processo digestivo dei cibi ingeriti.

Casi, buone abitudini e miti da sfatare sulla malattia diverticolare del colon

Immaginate delle piccole tasche sporgenti (le estroflessioni) che si formano nella parete dell’intestino interessando prevalentemente il tratto del colon denominato sigma (la zona che precede il retto).

I diverticoli possono essere isolati o multipli.

Nella stragrande maggioranza dei casi (80%), la loro scoperta è del tutto casuale e di per sé non rappresentano una patologia, ma una alterazione anatomica.

È raro riscontrarli prima dei 40 anni, poiché solitamente si individuano dopo i 60 anni.

La causa dei diverticoli non è del tutto definita, ma è possibile che cattive abitudini alimentari inveterate, scarso apporto di fibre, con conseguente alterazione della motilità intestinale, possano essere all’origine di questa alterazione anatomica.

La semplice presenza di diverticoli, denominata diverticolosi del colon, deve essere ben distinta dalla malattia diverticolare, che rappresenta invece una possibile evoluzione patologica in circa il 20% dei casi.

La malattia diverticolare si manifesta attraverso sintomi generici, rappresentati da dolore e gonfiore addominale, solitamente localizzati nel lato sinistro dell’addome; e da alterazioni nell’andare di corpo, che possono essere del tutto simili ai sintomi riportati nell’intestino irritabile.

In una ridotta percentuale di pazienti si può arrivare ad una possibile infiammazione dei diverticoli, è questo il caso della diverticolite acuta, che può provocare febbre, dolore di notevole intensità al fianco sinistro e difficoltà nell’andare di corpo.

Una diverticolite acuta può richiedere un ricovero ospedaliero, soprattutto in presenza di complicanze, seppur rare, caratterizzate da raccolte ascessuali attorno ai diverticoli o perforazioni.

Un’altra complicanza della malattia diverticolare è rappresentata dalle emorragie intestinali, che possono manifestarsi anche in assenza di una infiammazione diverticolare.

Non è semplice diagnosticare la malattia diverticolare attraverso esami di laboratorio, se non in fase acuta di infiammazione.

Sono pertanto più importanti e decisivi per la diagnosi l’ecografia e la TAC dell’addome per dimostrare se la diverticolite è complicata o meno.

La colonscopia invece è controindicata nella diverticolite acuta, almeno nelle fasi iniziali di malattia, mentre è raccomandata, anche in ottica di una diagnosi differenziale, nel caso di una emorragia rettale. L’approccio terapeutico alla malattia diverticolare comprende infine diverse tipologie di intervento.

Nella fase di malattia diverticolare senza infiammazione è importante una dieta con adeguato apporto di fibre vegetali, come frutta e verdura. Mentre l’ingestione di cibi grassi dovrebbe essere limitata.

È consigliato inoltre un adeguato apporto di acqua, fino a un litro e mezzo al giorno.

Acqua Uliveto, ricca di magnesio, favorisce la buona funzionalità intestinale. Bevuta durante i pasti aiuta a digerire meglio.

Solitamente si tendeva a vietare al paziente il consumo di alimenti con semi, classicamente associati ai diverticoli del colon. Questa indicazione è stata recentemente ridimensionata, poiché non costituisce, secondo le attuali evidenze scientifiche, un reale pericolo di complicanze per i pazienti.

Qualora invece fosse dimostrata la presenza di una diverticolite acuta, inizialmente può essere previsto un breve digiuno o una dieta liquida, seguita poi da una parziale e progressiva reintroduzione dei cibi solidi.

In presenza di complicanze, il digiuno potrebbe essere più prolungato e la terapia inizialmente solo endovena.

Una terapia chirurgica trova indicazione in pochi casi selezionati e solo in presenza di complicanze serie, non risolvibili con terapia medica, o in caso di frequenti ricadute dello stato infiammatorio.

Non trova invece più indicazione la terapia periodica mensile con antibiotici non assorbibili, sia nella malattia diverticolare, tanto meno in caso di semplice diverticolosi, dal momento che non è stato dimostrato alcun vantaggio di questo approccio terapeutico.

Le malattie infiammatorie intestinali sono frequenti, sai come sorgono e come si curano?

Esistono diversi tipi di malattie infiammatorie intestinali, il morbo di Crohn e la colite ulcerosa sono le manifestazioni più comuni e di cui probabilmente avete sentito parlare.

In Italia sono tra le 150 e le 200.000 le persone che soffrono di questi disturbi. Ad esserne più colpita è la fascia di età compresa tra i 15 e i 45 anni, in una frequenza sostanzialmente sovrapponibile tra maschi e femmine.

La causa di origine di queste malattie è tutt’ora sconosciuta, ma è accertato il ruolo di una reazione autoimmune che causa l’infiammazione del piccolo e del grosso intestino.

Cosa significa “reazione autoimmune”?

Vuol dire che il sistema immunitario “impazzisce” e attacca le cellule dell’apparato digerente e più frequentemente dell’intestino. Conseguentemente all’accumulo di cellule immunitarie nelle pareti del tubo digerente, insorge una reazione infiammatoria cronica, che sconvolge la normale anatomia dell’apparato e ne disturba la funzione.

È stato riconosciuto un possibile ruolo di fattori genetici ed è nota la familiarità per queste malattie, ovvero possono verificarsi più casi nella stessa famiglia.

Quali sono i sintomi delle malattie infiammatorie intestinali?

I disturbi più comuni sono diarrea – con possibile presenza di muco e sangue nelle feci; vomito, dolori addominali, calo del peso e talvolta febbre.

I sintomi possono presentarsi cronicamente o con periodi di riacutizzazione alternati a periodi di apparente benessere. Questo malessere ha un forte impatto sulla qualità della vita dei pazienti, anche a causa di possibili complicanze come gli ascessi e fistole perianali, i restringimenti fibrotici di anse intestinali o le perforazioni intestinali.

Ovviamente è importante sottolineare che questi sintomi non sono esclusivi delle malattie infiammatorie intestinali, ma comuni anche in altri disturbi intestinali, come ad esempio la colite.

Per questo è bene affidarsi ad un medico per fare la diagnosi, attraverso l’utilizzo di alcuni esami di laboratorio, ematici e fecali. La malattia infiammatoria può essere sospettata da una ecografia delle anse intestinali, ma è confermata definitivamente dalla colonscopia con biopsie della mucosa intestinale e successiva definizione istologica. Una TAC o una risonanza magnetica sono talvolta utili per completare l’iter diagnostico.

Non potendo portare ad una guarigione definitiva, la terapia delle malattie infiammatorie croniche intestinali ha l’obiettivo di mandare in remissione la malattia, facendo regredire i sintomi.

Sono a disposizione di pazienti e specialisti farmaci anti-infiammatori locali o sistemici specifici per l’intestino, fino al cortisone e agli immunosoppressori. Anche un uso motivato di specifici antibiotici risulta spesso utile. Nei casi più difficili o quando un primo approccio terapeutico risultasse non abbastanza efficace, sono disponibili trattamenti speciali, attraverso l’utilizzo dei cosiddetti farmaci biologici, che possono essere decisivi nel migliorare il quadro infiammatorio.

Nei casi in cui la terapia medica non fosse sufficiente o efficace, in particolare nella malattia di Crohn, può essere necessario il ricorso ad un intervento chirurgico caratterizzato da resezioni parziali del piccolo intestino (Crohn del tenue), fino alla colectomia totale in forme severe di colite ulcerosa.

Non va dimenticato il ruolo rilevante dell’alimentazione in queste patologie.

Nelle fasi di riacutizzazione della malattia la dieta deve essere elementare con adeguato apporto di liquidi e con ridotto introito di grassi, zuccheri raffinati ed alcool.

D’altra parte un adeguato apporto calorico-proteico è fondamentale per prevenire le complicanze ed evitare una malnutrizione.

Sebbene nelle fasi più acute il digiuno possa essere inizialmente necessario, una ripresa, la più tempestiva possibile, di un’alimentazione regolare è necessaria per evitare alterazioni della motilità intestinale, una atrofia mucosale e una possibile sovra crescita batterica intestinale.

Nel momento della ripresa dell’alimentazione orale, va perciò garantito un apporto adeguato di acqua ed una dieta ipercalorica, inizialmente ipolipidica e con ridotto apporto di fibre, per poi arrivare gradualmente ad una dieta libera.

Uliveto è un’acqua bilanciata, le cui qualità possono assolvere alle esigenze nutrizionali di chi è afflitto da questo tipo di alterazione intestinale 

Più calcio per difendersi dall’osteoporosi

Contrastare l’osteoporosi si può. L’osteoporosi è il processo di indebolimento delle ossa particolarmente sentito dalle donne in menopausa. Per quanto sia un processo diffuso, è possibile anticiparlo, ritardarne l’arrivo e, una volta sopraggiunto, impedirne l’avanzata.

Un fondamentale aiuto per contrastare l’osteoporosi risiede nello stile di vita e in quattro buone abitudini da adottare per rinforzare lo scheletro:

  • svolgere attività fisica,
  • seguire una corretta alimentazione,
  • esporsi al sole (con la dovuta prudenza per non stressare la pelle),
  • scegliere un’acqua minerale ricca di un buon livello di calcio.

Ma attenzione: l’assorbimento del calcio ha le sue regole. Uliveto ha una concentrazione di calcio pari a circa 200mg/litro. Studi scientifici pubblicati su riviste internazionali confermano che, a pari quantità di acqua bevuta, concentrazioni più elevate di calcio non ne comportano un assorbimento maggiore (Bohmer H., Muller H. e Resch KL – Osteoporosis International 2000 – Bacciottini L. e coll. Journal of Clinical Gastroenterology 2004 – Brun Lucas R. e coll. Molecular Food Research 2014).
Con i suoi circa 200 milligrammi per litro, altamente assimilabili, Uliveto può contribuire al raggiungimento della quota giornaliera di calcio raccomandata per fornire protezione alle ossa in ogni età.
È dunque il calcio il micronutriente più importante nella prevenzione e nel trattamento dell’osteoporosi. Per questo si raccomanda di seguire una dieta equilibrata, soprattutto nelle prime fasi della vita e nella crescita, quando si mettono le basi per il futuro della salute delle ossa. Il Ministero della Salute ha riconosciuto che “La quantità di calcio presente nell’acqua minerale ULIVETO partecipa all’integrazione del fabbisogno giornaliero di calcio per la salute delle ossa”.

Ciò porta naturalmente Uliveto a collocarsi al fianco della FIRMO (Fondazione Italiana Ricerca sulle Malattie dell’Osso) e di tutti i consumatori attenti alla salute delle ossa.
Allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica, le istituzioni ed il mondo scientifico sul tema dell’osteoporosi, è di particolare importanza il ruolo svolto dalla Giornata Mondiale dell’Osteoporosi, indetta dall’International Osteoporosis Foundation, che si celebra ogni anno il 20 ottobre in tutto il mondo.

La FIRMO, in quanto referente italiano di IOF (International Osteoporosis Foundation), si occupa di promuovere la Giornata Mondiale dell’Osteoporosi 2022 sul nostro territorio.
L’osteoporosi è un’insidia silenziosa, di cui la gran parte della popolazione non è consapevole, basti pensare che solo una donna su due affetta da osteoporosi sa di esserlo. Stessa mancanza di consapevolezza riguarda un uomo su cinque.

Difendersi dall’osteoporosi si può: partendo da una corretta alimentazione e bevendo acque calciche come Uliveto, il cui contenuto di calcio si assorbe come quello del latte (Bacciottini L. e coll. Journal of Clinical Gastroenterology 2004).

Assumere calcio è un’assicurazione sul futuro

Uno stile di vita sano e una dieta equilibrata giocano un ruolo importante nel mantenimento della salute dell’osso, soprattutto per bambini e ragazzi. Gli effetti di una carenza di calcio nella dieta infatti non si manifestano nell’immediato, ma nel corso della vita, soprattutto nella terza età!

Le ossa non sono strutture statiche, bensì sono un tessuto vivo, metabolicamente attivo durante tutta la vita. Infatti il tessuto di cui le ossa sono composte viene costantemente rinnovato nel corso della vita, poco alla volta, secondo un ciclo ben preciso di distruzione e riformazione.

Il periodo della crescita però è il più importante, è quello in cui l’osso fa la maggior parte del lavoro, per formare e costruire lo scheletro. Dalla nascita fino al periodo dell’accrescimento, le ossa si allungano e ispessiscono fino a raggiungere quello che si chiama “picco di massa ossea”, cioè il loro punto di massima forza, dimensione, spessore e robustezza, che generalmente si raggiunge tra i 20 e 30 anni e che resta stabile per alcuni anni.

Da lì in poi la curva declina e le ossa iniziano piano piano a indebolirsi, prima in modo quasi insensibile, poi – soprattutto dopo la menopausa per le donne – più rapidamente. 

Ecco perché è indispensabile formare ossa robuste nell’età dell’accrescimento. 

Basti pensare che è stato dimostrato che raggiungere il massimo del proprio potenziale picco di massa ossea nell’età della crescita può ritardare anche di 12 anni l’insorgenza di osteoporosi in terza età. 

Durante l’accrescimento due fasce di età sono particolarmente importanti:

– dalla nascita fino ai 2 anni di vita

– il periodo della pubertà (fra i 13 e 17 anni nei maschi e fra gli 11 e 14 anni nelle ragazze, con un aumento della massa ossea maggiore nei primi, rispetto alle seconde).

È interessante sapere che nelle ragazze il tessuto osseo che viene accumulato nel periodo fra gli 11 e i 13 anni è circa uguale alla quantità di osso che verrà perso negli anni della vecchiaia.

Proprio come tutti gli altri tessuti dell’organismo, anche il tessuto osseo ha bisogno, per formarsi e mantenersi in buona salute, di una dieta bilanciata, che apporti la giusta dose di energia, dei principali macronutrienti (proteine, grassi e carboidrati), ma anche di micronutrienti, come vitamine e minerali.

E proprio per acquisire i giusti minerali, è consigliato anche ai bambini e ragazzi in fase di sviluppo bere acqua Uliveto, per il suo contenuto di calcio altamente assimilabile. 

Due litri di Acqua Uliveto infatti contengono circa 400 mg di calcio, vale a dire il 50% del valore nutritivo di riferimento, pari a 800 mg al giorno. 

Una sana alimentazione ricca di proteine, calcio, vitamina D è importante a tutte le età, ma nei bambini e nei ragazzi è indispensabile per raggiungere il picco di massa ossea ottimale, che potrà assicurare non solo un presente sano, ma anche una terza età in salute e autonomia, al riparo dai rischi dell’osteoporosi.